La parabola artistica di Roman Muradov, illustratore russo trapiantato negli Stati Uniti, è segnata da una continua esplorazione dell’effimero. Dopo le prime apparizioni nelle pubblicazioni di Teiera e l’esposizione a BilBOlBul, il suo lavoro si è ampliato tra racconti brevi, libri illustrati e collaborazioni prestigiose. Quest’anno arriva però un’opera che sembra condensare tutto: “All the Living”, il suo fumetto più compiuto.

Nel libro, Muradov intreccia realismo magico e quotidianità, costruendo una storia che nasce da un gesto estremo: il tentato suicidio della protagonista. Da quel momento, nella sua casa compare una presenza spettrale, una sorta di doppio mancato, la versione di sé che avrebbe dovuto morire. Non è un fantasma minaccioso, ma un’ombra che si posa sulla routine, un promemoria di ciò che non è accaduto.

La convivenza con questa entità non genera vero conflitto. Al contrario, rafforza l’apatia, la ripetizione, l’isolamento. La protagonista non cerca una rinascita, ma una fragile continuità: resta ancorata ai gesti minimi, agli spazi familiari, come se la vita potesse procedere per inerzia anche dopo essersi incrinata. Il titolo “All the Living” suona allora quasi ironico: chi sono davvero i vivi?

Muradov racconta questa sospensione attraverso un segno sottile e instabile, che oscilla tra figure riconoscibili e forme appena accennate. Le sue tavole, stratificate e nebulose, richiamano le avanguardie europee del primo Novecento, tra echi di Matisse e Chagall. Non cercano chiarezza, ma una percezione incerta, coerente con lo stato emotivo della protagonista.

La narrazione alterna ironia e distacco, momenti empatici e altri più freddi, senza mai offrire certezze. Il soprannaturale non amplifica il dramma: lo rende quasi ordinario, una crepa appena visibile nella realtà. Così il fumetto mette in scena una vita che, pur attraversata dalla morte, resta sostanzialmente uguale, solo un po’ più fragile nelle sue incrinature.

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