Andrew Garfield torna a giocare con gli eroi popolari, ma questa volta lo fa indossando il cappuccio del più celebre ribelle della storia: Robin Hood. In The Uprising, l’attore interpreta un contadino dell’Inghilterra del 1831, immerso in un’epoca di rivolte, miseria e voglia di riscatto. Un contesto che Paul Greengrass riscrive con mano dura, trasformando la leggenda in un racconto di tensione sociale e brutalità quotidiana.
L’ex Spider‑Man, oggi due volte candidato agli Oscar, non ha nascosto le sue speranze sul potere del film. Ha dichiarato che l’opera potrebbe addirittura “terrorizzare” i miliardari: “Spero che lo vedano. E spero che sia stimolante”. Per Garfield, la storia di Robin Hood è un riflesso delle lotte contemporanee, un invito a riconoscere le ingiustizie che attraversano epoche diverse. E se qualche ricco dovesse sentirsi minacciato, per lui sarebbe solo un segnale che il messaggio è arrivato.

Garfield insiste sul valore universale di un mito che da 600 anni parla di squilibri e soprusi. Secondo l’attore, anche chi detiene il potere – inclusi i miliardari – porta ferite profonde, forse più di chi vive ai margini. The Uprising mette al centro questa tensione: un popolo schiacciato da tasse brutali, la minaccia della peste, e un sovrano, Riccardo II (interpretato da Woody Norman), che incarna l’arroganza del potere nel turbolento diciannovesimo secolo europeo.
Il film, in uscita il 10 settembre, promette un Robin Hood che non ruba solo ai ricchi: ruba alle certezze, alle narrazioni comode, alla distanza che separa passato e presente. Garfield vuole un pubblico che si senta risvegliato, non solo intrattenuto. E se davvero qualcuno ne uscirà “terrorizzato”, allora la freccia avrà colpito il bersaglio.





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