Chris Claremont è il nome che ha ridefinito gli X-Men. Prima di arrivare sulla serie, aveva già scritto Iron Fist, Ms. Marvel e Captain Britain, ma fu proprio la rinascita post “Giant-Size X-Men #1” a trasformarlo nel padre della mutante‑epopea moderna. In sedici anni di lavoro con artisti come John Byrne, Paul Smith, Marc Silvestri e Jim Lee, Claremont costruì un universo emotivo, complesso, vivo: un vero soap opera supereroistico che ha plasmato l’immaginario dei fan.
Quando lasciò la serie nel 1991, Claremont era una superstar. In un’epoca in cui i grandi autori correvano verso Image o tornavano ai loro franchise storici, lui scelse la strada meno prevedibile: approdò alla DC Comics con un progetto creator‑owned, Sovereign Seven. Un gesto controcorrente per i Big Two, che raramente permettevano ai creatori di mantenere la proprietà delle loro opere.

La serie raccontava un gruppo di principi alieni in fuga, guidati da Cascade, e rifugiati sulla Terra in un luogo bizzarro: il Crossroads Coffee Bar, un locale pieno di portali dimensionali. Il team – Network, Finale, Rampart, Reflex, Cruiser, Indigo – richiamava volutamente archetipi degli X-Men, con figure “alla Storm” o “alla Wolverine”, ma immersi in un contesto nuovo. Con l’artista Dwayne Turner, Claremont costruì un mix di fantascienza, mistero e dramma personale, arricchito da ospiti come Power Girl e minacce come Darkseid e le Female Furies.
Nonostante la sua identità forte, Sovereign Seven ebbe vita breve: 36 numeri, poca promozione, un cast completamente nuovo e una struttura narrativa pensata per il lungo periodo. Ingredienti affascinanti, ma difficili da vendere nel mercato iper‑saturo dei ’90s. Eppure il progetto incarnava perfettamente la filosofia della DC di quel decennio, più autoriale rispetto alla Marvel dell’epoca.
Oggi la serie è quasi dimenticata, non viene ristampata da anni e trovarla è complicato. Ma conserva tutto ciò che rende Claremont unico: personaggi intensi, idee sci‑fi brillanti, azione spettacolare. Non è un classico, non è la sua vetta creativa, ma è un esperimento coraggioso che merita di essere riscoperto. Anche nei suoi lavori meno celebrati, Claremont riesce sempre a lasciare un segno.






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