La figura di Rumiko Takahashi viene spesso associata alla commedia romantica, ma una parte della sua produzione rivela un’anima molto più oscura. È il caso di Mermaid Saga, opera che ancora oggi impressiona persino un maestro dell’orrore come Junji Ito, il quale ha indicato proprio questa serie quando gli è stata proposta l’idea di collaborare a una storia horror.

In Mermaid Saga Takahashi affronta la leggenda di “Yao Bikuni”, secondo cui mangiare la carne di sirena può donare l’immortalità. Un dono che però si trasforma facilmente in maledizione: la carne può uccidere, deformare o condannare a un’esistenza eterna priva di umanità. È questa incertezza, questa assenza di controllo sul proprio destino, a rendere la leggenda così inquietante.

Il protagonista Yuta, immortale suo malgrado, attraversa i secoli cercando un modo per tornare umano. Nel suo viaggio incontra persone mutate, spezzate o consumate dal desiderio di vivere per sempre. Ogni episodio mostra una diversa declinazione dell’ossessione umana per la vita eterna, trasformando il mito in un percorso di sofferenza e conseguenze irreversibili.

La potenza della serie risiede nel modo in cui Takahashi ribalta un desiderio universale: l’immortalità non è un traguardo, ma una fonte di ansia. La domanda che attraversa ogni storia non è “come vivere per sempre”, bensì “quanto resterà di noi dopo averlo fatto”. È un orrore che nasce dall’interno, dai desideri e dalle paure dei personaggi, e che si manifesta senza bisogno di eccessi visivi.

Ito ha riconosciuto in Mermaid Saga la capacità di Takahashi di costruire terrore attraverso la psicologia dei suoi protagonisti. Le loro scelte, le loro ossessioni e il modo in cui reagiscono alla promessa dell’immortalità generano naturalmente il mostruoso, dimostrando una sensibilità narrativa difficile da replicare.

A oltre quarant’anni dalla sua pubblicazione, Mermaid Saga conserva intatta la propria forza. Non appartiene a un’epoca: parla di ciò che gli esseri umani temono e desiderano da sempre. E forse è proprio per questo che l’interesse di Junji Ito appare così naturale.

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