Nel 2023 la Berlinale aveva accolto in concorso Suzume, confermando ancora una volta la centralità dell’immaginario di Makoto Shinkai e il talento visivo di Yoshitoshi Shinomiya, allora illustratore degli sfondi. Tre anni dopo, il festival ha scelto di presentare il suo debutto alla regia, A New Dawn (Hana rokushōga akeru hi ni), segnando un passaggio simbolico dal maestro al giovane autore.
Nel film seguiamo Keitaro e sua sorella, impegnati a decifrare il mistero dello Shuhari, un fuoco d’artificio leggendario. La loro famiglia, legata da secoli alla fabbrica Obinata, vive una frattura profonda dopo la chiusura forzata dell’azienda. Tutto si svolge in una foresta rigogliosa e ancestrale, spazio che diventa quasi un personaggio, sospeso tra realtà e mito.

La vera forza dell’opera è la sua dimensione visiva. Shinomiya trasforma ogni scena in un quadro, dai character design alle ambientazioni, fino a una sequenza che alterna stop motion e immagini proiettate, riflettendo sul ruolo stesso dell’animazione. L’immagine si espande, si astrae, “esplode” come un fuoco d’artificio, suggerendo una meditazione sul cinema contemporaneo.
Questa fluidità permette al film di oscillare tra realismo e onirismo con naturalezza, costruendo un’esperienza compatta e coerente. È qui che emerge la maturità registica di Shinomiya, capace di superare alcune convenzioni degli anime e di proporre soluzioni di montaggio e messa in scena personali.
Il limite, però, è tutto nella scrittura. In appena un’ora e un quarto, la storia rimane piatta, procede per ellissi e fatica a dare peso al tema del passaggio generazionale, centrale nella cultura giapponese. L’idea dei due fratelli che spezzano una tradizione secolare per crearne una nuova è potente, ma non trova mai pieno sviluppo drammaturgico.
A New Dawn resta così un’opera di straordinaria qualità tecnica, ma narrativamente fragile. La speranza è che Shinomiya, forte delle sue doti visive, possa presto trovare una storia capace di sostenerle davvero.






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