Tom Welling non è mai stato davvero il Superman che molti ricordano. L’immagine dell’attore nel costume rosso e blu appartiene più alle fanart che alla serie: in Smallville quel simbolo compare solo una volta, e non per caso. Gli autori Al Gough e Miles Millar hanno sempre evitato di trasformare Clark in un supereroe compiuto troppo presto, preferendo concentrarsi sul suo conflitto interiore e sulla ricerca della propria identità.

Fin dall’inizio, il progetto nasce con una regola chiara: raccontare un Clark ancora umano, fragile, lontano dall’icona che sarebbe diventato. Il costume, con tutto il suo peso mitologico, doveva arrivare solo quando la storia lo avrebbe meritato. Come ha spiegato Millar, “l’ultima scena della serie avrebbe mostrato lui che indossava il costume e volava verso il suo futuro”. Una scelta che si adattava al budget ridotto, anche se meno alle esigenze del marketing, che avrebbe voluto l’eroe completo fin da subito.

Eppure Smallville ha conquistato il pubblico proprio grazie a questa crescita lenta e coerente. Chi ha seguito Clark fino alla fine ha assistito al momento che tutti aspettavano: la camicia che si apre, la S che finalmente appare, e il ragazzo di Smallville che diventa l’eroe di cui il mondo ha bisogno. Una conclusione che ha dato senso a un percorso costruito con pazienza, rispetto e una precisa visione narrativa.

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