Euphoria ha chiuso la sua terza stagione con un cambio di pelle radicale: non più il riflesso acceso della Gen Z, ma un affresco adulto, segnato da disillusione, responsabilità e un senso costante di pericolo. L’atmosfera si è fatta più oscura, i colori più spenti, le inquadrature più larghe, come se la serie avesse deciso di abbandonare definitivamente il suo passato da teen drama.

Nata tra neon rosa, viola e blu, la serie usava la luce per raccontare il caos emotivo delle sue protagoniste. Ora, invece, domina una fotografia piatta, quasi spenta, che accompagna un linguaggio visivo più epico. Sam Levinson ha spiegato a TheWrap che la scelta nasce dal desiderio di uscire dal liceo e guardare “il mondo che ci circonda”, citando una forte influenza della vecchia Hollywood e del selvaggio West, con piani larghi e meno soggettività narrativa.

Il passaggio all’età adulta si riflette anche nei personaggi: Rue affronta il peso della sua tossicodipendenza, Maddy scopre quanto sia fragile il suo ruolo a Hollywood, mentre la relazione tra Nate e Cassie rivela crepe profonde sotto la superficie. Tutto è più duro, più reale, più vicino a un dramma esistenziale che a un racconto adolescenziale.

Sul piano tecnico, la scelta di girare in pellicola 65 mm ha trasformato gli ambienti in spazi monumentali. Marcelle Rév ha sottolineato come questa tecnica “realizza gli spazi in modo davvero epico”, contribuendo alla nuova identità visiva della stagione.

Levinson, soddisfatto del risultato, ha dichiarato di essere “davvero orgoglioso” del lavoro svolto, convinto di aver raggiunto quell’obiettivo grandioso e operistico che la produzione si era prefissata. Una rivoluzione silenziosa, ma impossibile da ignorare.

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