Euphoria si chiude dopo sette anni con un epilogo che rompe ogni aspettativa: ciò che era nato come un teen drama diventa un racconto segnato da tragedia, western psicologico e un’ombra che grava su ogni personaggio. La trasformazione del tono ha costretto Sam Levinson a rivedere completamente il finale, adattandolo a un mondo narrativo ormai molto distante dalle origini.

Il cuore della stagione conclusiva è la rappresentazione delle conseguenze reali dell’abuso di sostanze. La morte di Angus Cloud ha inciso profondamente sulla scrittura: Levinson, colpito dall’overdose dell’attore, ha scelto di trasformare la terza stagione in un monito, un racconto che non edulcora e non concede scappatoie. L’idea iniziale di riprendere la storyline di Fezco, ferito nella sparatoria che chiude la seconda stagione, è stata abbandonata per lasciare spazio a una riflessione più ampia e dolorosa.

Secondo l’autore, oggi non è possibile parlare di tossicodipendenza senza mostrarne la brutalità. Come ha dichiarato al New York Times, “la maggior parte delle persone non ha una seconda possibilità” e il fentanyl “può ucciderti in un istante”. Una presa di posizione che trasforma il finale in un atto politico e umano, radicato nella realtà americana e nelle sue ferite.

Forse i piani originali di Levinson resteranno un mistero, ma una cosa è certa: la scomparsa di Cloud ha ridefinito non solo il destino di Fezco, ma anche quello di tutti gli altri personaggi, costringendo la serie a confrontarsi con la perdita, la responsabilità e il peso di ciò che resta quando la finzione incontra la vita.

Lascia un commento

In voga