A quasi vent’anni dalla sua uscita, Bully continua a essere uno dei titoli più amati della storia di Rockstar Games. Eppure, dietro quello che oggi è considerato un piccolo cult, si nasconde uno sviluppo tutt’altro che semplice. A raccontarlo è stato Dan Houser, ex vicepresidente della software house e sceneggiatore del gioco, durante un’intervista concessa a IGN in occasione di IGN30 Icons.
Secondo Houser, la produzione di Bully fu costellata di difficoltà fin dalle prime fasi. L’ex autore ha spiegato che il progetto rappresentava qualcosa di insolito per Rockstar e che, per molto tempo, non ci fu alcuna certezza sulla sua riuscita. “Il gioco ha avuto problemi per tutto il tempo. È stato difficile”, ha ricordato, sottolineando come il team abbia però continuato a credere nell’idea fino a trasformarla in un prodotto solido e apprezzato dal pubblico.
Uno degli ostacoli principali era legato alla natura stessa del progetto. Dopo il successo di GTA San Andreas, Rockstar si trovò a lavorare su una nuova proprietà intellettuale, una sfida molto diversa rispetto allo sviluppo di un franchise già consolidato. Houser ha evidenziato come creare qualcosa di completamente inedito comporti inevitabilmente rischi e pressioni maggiori, soprattutto quando non esistono punti di riferimento precedenti.
A complicare ulteriormente le cose contribuì la forte controversia mediatica che circondò il gioco ancora prima del lancio. Secondo Houser, molte persone giudicarono Bully senza averlo mai visto in azione, fraintendendone contenuti e intenzioni. Questo clima rese difficile perfino parlarne al pubblico e, a suo avviso, il titolo non ricevette mai l’attenzione che avrebbe meritato.
Nel 2006 Rockstar era già al centro di numerose polemiche legate ai propri videogiochi. Grand Theft Auto, Manhunt e lo stesso Bully erano spesso bersaglio di critiche da parte dei media e di associazioni preoccupate per i contenuti delle opere. Nel caso di Bully, l’ambientazione scolastica contribuì ad alimentare ulteriormente il dibattito, generando quella che Houser ha definito una vera e propria “enorme isteria”.
L’ex dirigente ha infine ricordato come gran parte degli sforzi del team furono assorbiti dal tentativo di gestire le proteste e limitare i danni d’immagine. In un periodo già segnato dalla vicenda Hot Coffee, Rockstar non riuscì a promuovere Bully come avrebbe voluto. “Non abbiamo potuto promuovere il gioco come avremmo fatto normalmente”, ha spiegato Houser, descrivendo quei mesi come particolarmente stressanti per molte persone all’interno dell’azienda. Nonostante tutto, il risultato finale riuscì a conquistare i giocatori, trasformando Bully in uno dei titoli più ricordati del catalogo Rockstar.





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