Nel 1991 il mercato dei fumetti esplose. L’uscita di “X‑Men #1” di Chris Claremont e Jim Lee raggiunse un traguardo irripetibile: 8,1 milioni di copie vendute, superando persino fenomeni come “Superman #75” e “Adventures of Superman #500”. Un risultato che nessun’altra singola uscita ha mai eguagliato.
Per 16 anni Claremont aveva definito l’identità degli X‑Men, firmando saghe come “Dark Phoenix”, “Days of Future Past” e “Mutant Massacre”. Ma alla fine degli anni ’80 la scena cambiò: artisti come Todd McFarlane, Rob Liefeld e soprattutto Jim Lee ridefinirono l’estetica Marvel, spostando l’attenzione dal racconto alla potenza visiva.

Con X‑Men #1, Claremont e Lee ristrutturarono tutto: Professor X tornò in campo, Magneto venne riportato al ruolo di antagonista, e il team si divise in due squadre con compiti distinti. La formazione includeva icone come Cyclops, Jean Grey, Beast, Rogue, Gambit, Psylocke. Le variant cover alimentarono ulteriormente il boom, trasformando l’albo in un oggetto da collezione.
Il successo dell’albo contribuì a spingere Marvel verso nuovi media: la serie animata “X‑Men: The Animated Series” venne approvata anche grazie a questo exploit, adottando direttamente lo stile grafico di Jim Lee.
Paradossalmente, il trionfo segnò anche l’inizio della fine. Claremont lasciò la serie dopo tre numeri, sostituito da John Byrne e poi da Scott Lobdell. Jim Lee abbandonò dopo il numero 12, andando a fondare Image Comics con altri artisti ribelli. In un solo anno, i due artefici del record erano fuori da Marvel.
Per un istante, Claremont e Lee portarono gli X‑Men al loro apice assoluto. Un lampo potentissimo, destinato a spegnersi subito, ma che rimane il più grande successo commerciale della storia del fumetto.





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