Sony attraversa una fase critica della sua storia recente: tra rincari hardware, assenza di veri system‑seller e la decisione di abbandonare il supporto fisico entro il 2028, l’intero ecosistema PlayStation sta cambiando direzione. Le prime analisi interne parlano di un possibile calo del 6% nelle vendite del prossimo anno fiscale, una stima formulata però prima dell’annuncio che ha agitato ulteriormente il mercato.

Dal gennaio 2028 la produzione dei giochi fisici per PlayStation 5 verrà interrotta. Una scelta che non riguarda solo il modello economico, ma anche il concetto stesso di possesso e la cultura videoludica. La Video Game History Foundation ha evidenziato come circa il 90% dei videogiochi pre‑2000 sia oggi a rischio scomparsa. E l’ecosistema Sony, a differenza del PC, non dispone di un sistema di preservazione paragonabile a quello di GOG.

Proprio GOG, la piattaforma DRM‑free di CD Projekt RED, ha rilanciato il suo impegno nella conservazione dei videogiochi, ricordando agli utenti che i titoli acquistati resteranno scaricabili e archiviabili senza alcuna protezione digitale. Una strategia che si pone agli antipodi rispetto al nuovo sistema del PlayStation Store, che dal marzo 2026 richiede una connessione ogni 30 giorni per mantenere attive le licenze digitali, pena la disattivazione temporanea del gioco.

È evidente che immaginare un PlayStation Store modellato su GOG sia poco realistico. Lo stesso CEO Dave Oshry ha ammesso che la piattaforma fatica a competere in un mercato dominato da Steam. Eppure il modello GOG, fondato su trasparenza, proprietà reale e preservazione, resta un riferimento prezioso in un momento in cui l’industria sembra voler sacrificare la memoria videoludica in nome della sola efficienza commerciale.

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