Lazarus era nato come uno degli anime più attesi dell’anno: Shinichirō Watanabe, MAPPA e Chad Stahelski erano un trio capace di far pensare a un nuovo fenomeno. Eppure, a distanza di pochi mesi dalla conclusione, la serie è scivolata via quasi senza lasciare traccia.

Il cuore del progetto era una premessa potente: in un futuro salvato dal farmaco Hapuna, il suo creatore Skinner riappare annunciando che chiunque lo abbia assunto è destinato a morire. Esiste un antidoto, ma va trovato in fretta. Nasce così la squadra Lazarus, un gruppo eterogeneo che include anche criminali come Axel Gilberto, maestro delle fughe. Un conto alla rovescia globale, una minaccia chiara, un team costruito per muoversi tra inseguimenti e combattimenti: sulla carta, tutto funzionava.

E infatti le sequenze d’azione sono spesso la parte più riuscita: fisiche, rapide, con una regia che prova a uscire dai canoni della normale animazione televisiva. Il limite emerge quando la serie deve rallentare. La fine del mondo resta sullo sfondo, i personaggi si muovono senza che la loro emotività prenda davvero forma. Mancano quei momenti di respiro che hanno reso memorabili opere come Cowboy Bebop o Samurai Champloo, dove i protagonisti sembravano vivere oltre la trama.

Il risultato è un anime che non fallisce, ma nemmeno esplode. Non è abbastanza clamoroso da diventare un caso, né abbastanza incisivo da generare discussioni durature. Ha episodi notevoli, alcune idee forti, ma alla fine lascia meno di quanto prometteva.

A complicare tutto c’è stata anche la distribuzione: l’assenza dalle piattaforme più frequentate dagli appassionati ha ridotto la sua visibilità. Ma non basta a spiegare il silenzio. L’hype iniziale aveva portato molti spettatori, e la serie avrebbe dovuto trattenerli.

Sul futuro, le parole attribuite a Watanabe sono eloquenti: “Questo è tutto quello che avevo”. Una dichiarazione che suona come un epitaffio. Lazarus è arrivato con grande rumore ed è svanito con altrettanto silenzio, lasciando dietro di sé un’impressione sospesa, a metà tra ciò che poteva essere e ciò che è stato.

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