Il cyberpunk nasce con un’immagine precisa: dal 1982, l’ombra lunga di Blade Runner ha imposto pioggia, neon, megaschermi e città notturne come grammatica visiva obbligatoria. Per decenni, ogni variazione del genere ha dialogato con quel modello. Oggi, però, la nuova serie di Ghost in the Shell rompe lo schema e apre una strada inattesa.

La prima rivoluzione è cromatica. L’universo cupo e metallico lascia spazio a una tavolozza esplosiva, una varietà di colori, ambienti e soluzioni artistiche che raramente si erano viste nel cyberpunk. A parte Cyberpunk: Edgerunners, è difficile ricordare opere così vive e luminose. Perfino le megalopoli sovraffollate – simbolo del genere – cedono il passo a una foresta, scelta che ribalta l’immaginario tradizionale senza tradirne l’essenza.

Gli elementi chiave restano: impianti, innesti, cavetteria, spazi digitali da attraversare e violare. Ma l’estetica non è più prigioniera della notte eterna. Il nuovo Ghost in the Shell recupera lo spirito del manga di Masamune Shirow, abbandonando l’interpretazione più cupa del celebre film del 1995 di Mamoru Oshii, che per anni ha definito il canone visivo del cyberpunk.

Il regista Toma Kimura, in arte Mokochan, racconta di aver cercato una sorta di guida spirituale nel materiale originale: “Pregavo questa versione immaginaria di Shirow”. Una comunione creativa che gli ha permesso di reinventare il franchise senza snaturarlo, riportandolo alle sue radici e insieme proiettandolo altrove.

Se Blade Runner ha dettato legge per oltre quarant’anni, questa nuova incarnazione di Ghost in the Shell sembra pronta a scardinare le regole. Una reinterpretazione audace che potrebbe segnare un nuovo capitolo per il cyberpunk. E noi non vediamo l’ora di scoprire dove ci porteranno i prossimi episodi.

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