Robert Eggers torna all’horror con Werwulf, ma invece di seguire la tradizione decide di smontarla. Ambientando la storia nell’Inghilterra del XIII secolo, il regista recupera un folklore più arcaico e si libera delle interpretazioni moderne che hanno definito il lupo mannaro nel cinema.
Secondo Eggers, questa scelta temporale gli ha permesso di premere un vero “pulsante di reset” sulla mitologia. Il film non richiede alcuna conoscenza dei classici del genere: la creatura di Werwulf segue regole nuove, lontane dai codici hollywoodiani che hanno dominato per decenni.
Due convenzioni vengono eliminate senza esitazione: la maledizione del morso e i proiettili d’argento. Eggers spiega che questi elementi, diventati cliché, non appartengono al suo mondo narrativo. Niente contagio automatico, niente armi miracolose. Una rottura che si distanzia da titoli iconici come “Un lupo mannaro americano a Londra” o la saga Underworld.
La trama ruota attorno a una comunità rurale sconvolta dall’arrivo di una creatura delle antiche leggende, mentre il protagonista interpretato da Aaron Taylor‑Johnson è un contadino segnato da una maledizione e spinto da un percorso di redenzione. Per rendere credibile questa trasformazione, l’attore ha affrontato una preparazione fisica e mentale estrema.
Il set, descritto come un ambiente di fango, sangue, pioggia e dolore, ha richiesto un coinvolgimento totale. Taylor‑Johnson ha studiato veri lupi e ibridi lupo‑cane per comprenderne movimenti e linguaggio corporeo. Eggers sostiene che questo lavoro abbia portato alla migliore interpretazione della carriera dell’attore.





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