Nel XVI secolo, quando il Giappone non aveva ancora chiuso i propri confini alle potenze straniere, l’arrivo dei portoghesi inaugurò il periodo del commercio Nanban, destinato a concludersi per loro nel 1639 e a proseguire poi attraverso gli olandesi. È proprio da questo episodio storico che nasce Nanbanjin, ambizioso graphic novel di quasi 500 pagine firmato da Cyril Pedrosa e Taiyō Matsumoto.

L’idea di Pedrosa, autore di Tre ombre, Portugal e L’età dell’oro, nasce dalla scoperta casuale di un volume contenente due cronache portoghesi del Cinquecento sull’approdo fortuito di alcune caravelle a Tanegashima, accompagnate da un testo giapponese che raccontava lo stesso evento dalla prospettiva opposta. Da qui l’intuizione: raccontare una medesima vicenda attraverso due culture e due sguardi. L’incontro con Matsumoto, avvenuto ad Angoulême nel 2018, ha reso possibile il progetto.

La storia segue Fernando, esploratore portoghese immaginario, naufragato sulle coste giapponesi dopo un attacco di pirati. Nella parte disegnata da Pedrosa, il protagonista è un uomo solitario e inquieto, segnato da un’infanzia difficile. Salvato dagli abitanti dell’isola, impara la lingua, si integra e costruisce nuovi legami, compreso un triangolo amoroso. Il suo racconto alterna avventura, introspezione e momenti quasi visionari, sostenuti da un segno dinamico, morbido e colorato.

Quando il volume viene capovolto, comincia la versione di Matsumoto. Cambiano carta, ritmo, prospettiva e linguaggio visivo: il bianco e nero, le pennellate essenziali e gli ampi vuoti evocano l’estetica giapponese tradizionale. La vicenda diventa corale e Fernando viene osservato soprattutto dagli abitanti dell’isola, a partire dal bambino e dall’anziano Shōbei, che interpreta il suo arrivo come un dono degli dei. L’esperienza richiama anche il lavoro precedente dell’autore sul Giappone feudale in Takemitsu Zamurai.

Il confronto tra i due artisti è uno degli aspetti più affascinanti del libro. Pedrosa, con il suo approccio europeo, e Matsumoto, autore giapponese profondamente influenzato dal fumetto occidentale, si incontrano su un terreno comune, arrivando perfino a confrontarsi con un formato francese insolito per il secondo. Le loro tavole confluiscono infine in una doppia splash page realizzata a quattro mani.

Più che contrapporsi, le due versioni si completano. Il paragone con Rashomon è inevitabile, ma qui non assistiamo a versioni incompatibili della stessa verità: le prospettive ampliano il quadro e mostrano quanto la realtà sia complessa e impossibile da racchiudere in un unico punto di vista.

Il risultato è un’opera dolceamara, originale e sorprendente, che non offre lezioni né risposte definitive. Nanbanjin racconta l’incontro tra mondi lontani attraverso la pluralità degli sguardi e trasforma una vicenda storica in un’esperienza narrativa capace di emozionare, divertire e interrogare il lettore.

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