Alan Moore torna a riflettere sullo stato del fumetto contemporaneo, e lo fa con la lucidità tagliente che lo contraddistingue. Per l’autore di Watchmen e V for Vendetta, il medium ha guadagnato prestigio ma ha perso qualcosa di essenziale: la sua accessibilità.

Secondo Moore, la forza originaria del fumetto nasceva proprio dalla sua marginalità. Era un linguaggio considerato “spazzatura”, rivolto a bambini e classe lavoratrice, e proprio per questo capace di veicolare idee potenti, liberatorie, immediate. L’autore ricorda come, nelle mani giuste, i fumetti potessero raggiungere “i giovani o le persone meno abbienti” con una rapidità che altri media non avevano.

Oggi, però, quel modello appare incrinato. Moore osserva che il fumetto è diventato un prodotto dai prezzi proibitivi, lontano dal pubblico popolare che un tempo lo sosteneva. A suo avviso, il settore sembra ormai parlare soprattutto per, da e su persone della classe media, perdendo il contatto con le sue radici.

Non si tratta di un rifiuto di quel pubblico, precisa Moore, ma di una questione identitaria: il fumetto nasceva come espressione della working class, che ne era sia il pubblico sia la fonte dei suoi migliori autori. Quel tipo di fumetto, ricco di idee nuove e davvero aperto a tutti, è ciò che Moore vorrebbe rivedere, pur ammettendo con amarezza che “realisticamente non credo che accadrà mai”.

Nell’intervista, l’autore ridimensiona anche il ruolo del pubblico nel suo processo creativo. Non ha mai scritto pensando alla reazione dei lettori, perché è un elemento che non può controllare. E parlando del genere supereroistico, aggiunge con ironia che è sorpreso di sentirlo definire in salute: dai dati che ha visto, gli sembrava “piegato sulle sue ginocchia vestite di spandex”.

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