Nei primi anni Duemila il genere action open world viveva una stagione infuocata. Mentre Rockstar consolidava il mito di GTA III, Vice City e San Andreas, in Europa prendeva forma un progetto diverso, più cupo e ambizioso: The Getaway, firmato dal team inglese Team Soho.

A colpire non era solo l’impianto narrativo, ma soprattutto la sua Londra fotorealistica, ricostruita con una cura maniacale. Le strade, le piazze, le auto: tutto contribuiva a un livello di realismo tecnico che, per l’epoca, sembrava quasi impossibile. Un approccio distante anni luce dall’estetica volutamente sopra le righe dei GTA.

The Getaway puntava infatti su un tono cinematografico, ispirato ai film d’azione e di spionaggio britannici. Niente satira, niente eccessi: solo una storia dura, sporca, raccontata con una serietà che spiazzò parte del pubblico. Anche la struttura era più rigida: il mondo era sì aperto, ma le missioni seguivano binari molto guidati, riducendo la libertà che aveva reso celebre la serie Rockstar.

Sul fronte del gameplay, però, non tutto funzionava. I controlli legnosi e uno shooting poco convincente – paradossalmente non distante dai limiti dei primi GTA – resero l’esperienza più frustrante del previsto. Eppure, almeno in Europa, il titolo riuscì a ritagliarsi un suo spazio, diventando una valida alternativa commerciale alla proposta americana.

Il vero problema arrivò dopo. Il seguito, incapace di replicare l’impatto del primo capitolo, venne travolto dall’onda lunga di GTA San Andreas, che nel frattempo aveva ridefinito l’intero genere. Così una saga che sembrava promettente finì per spegnersi troppo presto, lasciando The Getaway nel ruolo di piccola perla dimenticata dell’inizio millennio.

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