Dopo aver fronteggiato creature oscure e il temibile Lord Voldemort nella saga di Harry Potter e la Pietra Filosofale e capitoli successivi, Rupert Grint torna all’horror con Nightborn, lasciandosi alle spalle la magia per esplorare paure molto più intime e umane. L’attore, che per anni è stato il volto di Ron Weasley, affronta ora un incubo domestico, radicato non nel fantastico epico ma nella fragilità della famiglia.

Presentato alla 76ª edizione del Festival di Berlino, il film segna il nuovo passo registico di Hanna Bergholm. Dopo il successo di Hatching – La forma del male, la cineasta torna a indagare il nucleo familiare come spazio di tensione e ambiguità. Se nel precedente lavoro l’estetica dai toni pastello e l’ossessione per l’immagine social celavano crepe profonde, qui l’atmosfera si fa più cupa, più selvaggia, spogliata di qualsiasi patina rassicurante.

Al centro del racconto c’è il lato meno romantico della maternità, un territorio già esplorato da Lynne Ramsay in Die My Love con uno sguardo crudo sul baby blues. In Nightborn, però, il disagio si intreccia al paranormale. Saga (Seidi Haarla) si trasferisce con il marito Jon, interpretato da Grint, in una casa isolata nella foresta finlandese. La promessa di una nuova vita a tre si incrina quando la donna inizia a percepire nel figlio qualcosa di inquietante, un’ombra che non riesce a definire ma che la respinge.

L’isolamento amplifica il conflitto interiore della protagonista: amore e rifiuto convivono, fino a trasformarsi in disgusto e odio. Non è semplice paranoia alla Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York: il bambino, nato dall’unione dei due, presenta un dettaglio fisico anomalo, quasi animalesco, che rende tangibile l’orrore.

Grint ha confessato che diventare padre è stato “un trauma”, esperienza personale che confluisce nella sua interpretazione, rendendo il film ancora più autentico e disturbante. Nightborn arriverà nelle sale a giugno 2026, promettendo un horror che scava nelle paure più profonde della genitorialità.

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