A fine anni ’90 un piccolo giocattolo interattivo cambiò per sempre il mercato: il Furby, lanciato nel 1998, univa elettronica e personalità in un peluche capace di parlare e “imparare”. In breve tempo divenne un fenomeno globale, secondo per vendite solo al mitico Tamagotchi. Oggi, mentre le nuove versioni si trovano intorno ai 50 euro, cresce la curiosità sul valore dei modelli originali.
La prima generazione includeva varianti come Leopard, Snowball, Wolf, Witch’s Cat, Church Mouse e Skunk. Questi esemplari, molto diffusi all’epoca, rappresentano oggi la fascia “standard” del collezionismo. Il loro valore nell’usato dipende soprattutto dalle condizioni: un Furby senza scatola si colloca tra 20 e 50 euro, ma scende ulteriormente se presenta problemi elettronici o un vano batterie ossidato.
Quando entrano in gioco scatola e conservazione, le cifre cambiano sensibilmente. Un modello funzionante con confezione aperta può raggiungere i 60-100 euro, mentre uno sigillato e ben tenuto sale tra 120 e 180 euro. La qualità dell’imballaggio, la pulizia e la domanda del momento influenzano in modo diretto il prezzo finale.
Il discorso si fa più interessante con le edizioni speciali. Le versioni natalizie o pasquali oscillano tra 100 e 250 euro, mentre l’Hi-C Furby, limitato a 5.000 pezzi, può toccare 300-500 euro. Ancora più ambito è il Kid Cuisine Furby, nato da un concorso americano: se sigillato e in condizioni eccellenti, può valere tra 1.500 e 2.000 euro.
Al vertice assoluto c’è il rarissimo Bejewelled Furby del 1999, prodotto in appena cinque esemplari. Il suo valore teorico è stimato attorno ai 100.000 dollari, ma più che un oggetto da collezione è ormai considerato un autentico pezzo da museo.






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