Per un intero decennio Hawkins è diventata un’icona della cultura pop: una cittadina solo in apparenza tranquilla, che nasconde laboratori segreti, esperimenti governativi e orrori provenienti da altre dimensioni. È qui che Stranger Things ha costruito il proprio immaginario, trasformando una piccola comunità dell’Indiana nel simbolo della serie Netflix per eccellenza.
Eppure, all’origine del progetto, l’ambientazione era ben diversa. Prima del debutto nel 2016, i fratelli Duffer avevano immaginato che la storia di Undici e dei suoi amici si svolgesse a Montauk, nello stato di New York. Come raccontato in un’intervista a The Hollywood Reporter, la sceneggiatura subì numerose modifiche durante lo sviluppo, a partire proprio dal luogo in cui far nascere il mistero.
Montauk affascinava i creatori per più motivi: l’ambientazione costiera, il legame con Amity e con “Lo squalo”, uno dei film più amati dai Duffer, ma soprattutto il richiamo alle teorie del complotto. In particolare al famigerato Progetto Montauk, secondo cui negli anni ’80 sarebbero stati condotti esperimenti segreti, con presunti portali dimensionali e bambini sottoposti a pratiche di controllo mentale. Elementi che ricordano in modo sorprendente il cuore narrativo di Stranger Things.
A fermare questa idea fu però la realtà produttiva. Il clima rigido e le difficili condizioni meteorologiche di Montauk resero la scelta impraticabile per una serie televisiva. Da qui la decisione di spostare tutto in una località più mite, dando vita a Hawkins. Una trasformazione tutt’altro che semplice: come ha spiegato Matt Duffer, “ci vuole molto tempo perché il cervello accetti un nuovo titolo e un nuovo nome per una città”. Una scelta sofferta, ma decisiva per il successo della serie.






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