L’horror contemporaneo sta spostando il proprio immaginario: non più solo case infestate, manicomi o jump scare, ma luoghi quotidiani e socialmente rimossi. Le case di riposo diventano così nuovi spazi del terrore, ambienti dove la paura nasce dalla fragilità, dalla perdita di controllo e dall’abbandono. È su questo terreno poco esplorato che si muove Le regole di Jenny Pen, film horror disponibile su Prime Video e apprezzato anche da Stephen King.
Diretto da James Ashcroft, il film segue Stefan Mortensen, ex giudice colpito da un improvviso ictus che lo costringe sulla sedia a rotelle. Trasferito in una casa di cura, Stefan vive il ricovero come una condanna: l’ambiente gli è estraneo, soffocante, popolato da anziani con demenza, cecità e gravi limitazioni fisiche. La sua unica ossessione è riconquistare l’indipendenza, ma il contesto sembra negargli ogni residuo di identità.
In questo microcosmo emerge Dave Crealy, residente di lunga data apparentemente eccentrico, sempre accompagnato da una marionetta senza occhi chiamata Jenny Pen. Agli operatori appare solo confuso e innocuo, ma durante la notte la sua vera natura si rivela: sfruttando una forza superiore agli altri ospiti, Dave esercita una forma di bullismo crudele, fatta di intimidazioni e umiliazioni sistematiche.
Il cuore del film sta nel dubbio: Jenny Pen è una presenza demoniaca oppure è il simbolo della follia umana che nasce dall’isolamento e dall’impotenza? La casa di riposo diventa uno spazio claustrofobico, dove la realtà si deforma e la violenza assume contorni ambigui, mai del tutto spiegabili.
Grazie alle interpretazioni di John Lithgow e Geoffrey Rush, il film costruisce un clima di manipolazione della percezione e solitudine, trasformando l’impotenza fisica e psicologica di Stefan Mortensen nel vero orrore. Le regole di Jenny Pen non spaventa solo con ciò che mostra, ma con ciò che suggerisce sulla vecchiaia, sulla perdita di dignità e sulla paura di essere dimenticati.






Lascia un commento