Il finale di Stranger Things, arrivato il 31 dicembre 2025, ha messo la parola fine a una serie che ha segnato un’intera generazione. Tra addii dolorosi, scelte definitive e immagini destinate a restare impresse, una scena in particolare ha acceso il dibattito tra gli spettatori più attenti, soprattutto tra gli appassionati di anime.
Al centro del discorso c’è il confronto verbale tra Henry Creel (Vecna) e Will Byers, una sequenza che rinuncia allo spettacolo dell’azione per puntare tutto su uno scontro ideologico. Non viene mai citato apertamente, ma il richiamo a Naruto Shippuden è così forte da risultare evidente: due visioni del mondo che si affrontano attraverso le parole, non attraverso i pugni.
Henry rappresenta l’antagonista tragico per eccellenza. È convinto che il mondo sia corrotto alla radice e che il dolore non sia un errore da correggere, ma una verità da accettare. Quando dichiara di non essere una vittima del Mind Flayer, ma di aver scelto consapevolmente l’oscurità, riecheggia chiaramente la filosofia di Obito Uchiha, che in Naruto rifiuta l’idea di speranza come illusione infantile.
Di fronte a lui c’è Will, che assume un ruolo sorprendentemente vicino a quello di un protagonista shonen. Non cerca la vittoria, ma la comprensione. Gli ricorda l’infanzia spezzata, la solitudine, la manipolazione subita. Il suo discorso è un atto di empatia estrema, un tentativo disperato di salvare l’uomo dietro il mostro.
È qui che Stranger Things si distacca dal modello anime. Se il celebre “Talk no Jutsu” di Naruto porta spesso alla redenzione, qui il tentativo fallisce. Henry non cambia, non cede, non si pente. L’oscurità non è una gabbia da cui fuggire, ma un luogo in cui sentirsi a casa.
Questo ribaltamento dà alla scena una forza devastante. I Duffer Brothers sembrano usare la struttura emotiva degli shonen per poi negarne l’esito più rassicurante. Il messaggio è chiaro: non tutti vogliono essere salvati, e l’empatia, per quanto potente, non è sempre sufficiente.
Il finale guarda poi al futuro di Hawkins, tra ricostruzione, crescita e separazioni. Il destino di Undici resta volutamente sospeso, affidato all’interpretazione dello spettatore. Una conclusione coerente con il cuore della serie: la speranza esiste, ma non promette un lieto fine.
Che si tratti di un omaggio consapevole o di una semplice convergenza narrativa, Stranger Things conferma quanto l’eredità emotiva di Naruto e degli anime abbia ormai permeato la serialità contemporanea.






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