Negli ultimi anni Doctor Who ha vissuto una fase di forte instabilità creativa. Tra rilanci promessi, cambi di rotta improvvisi e collaborazioni internazionali annunciate come decisive, l’entusiasmo iniziale dei fan si è spesso scontrato con risultati altalenanti. Il futuro della serie resta aperto, ma il passato recente offre ancora esempi luminosi di ciò che lo show può essere al suo meglio.
Tra questi, “Heaven Sent” occupa un posto speciale. Trasmesse nel 2015, le immagini di quell’episodio della nona stagione continuano a essere citate come uno dei vertici assoluti della serie. Non solo un episodio riuscito, ma un vero punto di svolta, capace di dimostrare quanto Doctor Who potesse spingersi oltre i propri confini narrativi.
La storia prende forma dopo una perdita devastante: la morte di Clara Oswald. Il Dodicesimo Dottore, interpretato da Peter Capaldi, si ritrova solo in una struttura enigmatica, senza alleati e senza risposte. Lo spazio che lo circonda sembra progettato per logorarlo, mentre una minaccia silenziosa e inarrestabile lo costringe a muoversi, sempre e comunque.
Ciò che rende “Heaven Sent” così unico è la sua struttura radicale. L’episodio elimina quasi del tutto i personaggi secondari e trasforma la puntata in un monologo esistenziale. La fantascienza diventa metafora: il vero nemico non è ciò che insegue il Dottore, ma il dolore, il senso di colpa e l’incapacità di accettare la fine.
La sceneggiatura di Steven Moffat usa il tempo ciclico come simbolo di resistenza. Il Dottore ripete le stesse azioni per un periodo inimmaginabile, dimostrando che andare avanti, anche senza speranza, è un atto di ribellione. La resilienza non viene raccontata: viene vissuta.
A rendere tutto memorabile contribuiscono la performance straordinaria di Capaldi, la regia essenziale di Rachel Talalay e una colonna sonora iconica. Dieci anni dopo, “Heaven Sent” resta un termine di paragone inevitabile: la prova che Doctor Who, quando osa davvero, può raggiungere vette difficili da eguagliare.






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