Ci sono opere che cambiano la storia dell’animazione: Akira, Neon Genesis Evangelion, Cowboy Bebop. E poi c’è Adrian, il progetto audiovisivo di Adriano Celentano che, con la grazia di un meteorite e la fluidità di un nodo scorsoio, si è abbattuto sulla televisione italiana lasciando un segno indelebile. Un segno che probabilmente richiederà ancora anni di terapia collettiva per essere compreso, elaborato e — con molta fortuna — superato.
È difficile descrivere Adrian senza scivolare in una sorta di trance mistica, perché non è semplicemente un cartone: è un’esperienza meta-sensoriale, un viaggio nell’ego creativo di un uomo che, a un certo punto della sua carriera, deve essersi guardato allo specchio e aver detto: “Posso fare tutto”. E Mediaset, in un atto di ottimismo temerario, ha risposto: “Certo, ecco milioni di euro”. Il risultato? Un’opera che definire “sperimentale” sarebbe come chiamare il Titanic un “piccolo incidente marittimo”.
La trama di Adrian è un intreccio complesso… nel senso che è complicato capire se esista una vera trama. Il protagonista, che sorprendentemente assomiglia moltissimo allo stesso Celentano — ma sarà sicuramente una coincidenza — è un orologiaio-supereroe-filosofo-poeta che combatte un regime distopico con la potenza devastante delle sue opinioni e con una mobilità articolare degna di un ventenne. Una distopia futuristica popolate da cattivi iper-caricaturali e dialoghi che oscillano tra la poesia criptica e i discorsi motivazionali di un coach che ha perso la cartellina degli appunti.
L’animazione merita un discorso a parte, perché qui siamo di fronte a pura avanguardia. I movimenti dei personaggi hanno quella rigidità elegante dei migliori videogiochi anni ‘90, un’economia di frame così virtuosa da fare invidia ai budget più stringenti della televisione di terz’ordine. Ogni scena sembra gridare: “Ce l’hanno messa tutta”. E forse è proprio questo che rende Adrian così unico: quell’ineffabile sensazione di star guardando qualcosa che non ha paura di mostrarsi per ciò che è. E ciò che è… beh, è un’altra questione.
La gestione della messa in onda meriterebbe un documentario a parte, magari prodotto dalla BBC o da National Geographic: una programmazione epica, costellata di rinvii, interruzioni, pre-show teatrali che duravano più dell’episodio stesso e un’aura di mistero degna delle profezie Maya. Ogni puntata era un evento storico, nel senso che non si sapeva mai se sarebbe davvero andata in onda o se sarebbe apparsa un messaggio “Riprogrammato a data da destinarsi”. Un vero thriller.
Eppure, nonostante tutto questo — o proprio grazie a tutto questo — Adrian rimane un’opera indimenticabile. È una serie che unisce il Paese: chi la ama, chi la odia, chi non ha capito cos’ha visto, e chi giura che in fondo qualcosa di geniale ci sia. E forse è proprio questa la sua magia. Perché in mezzo alle sue follie visive, alle sue metafore ardite e ai suoi monologhi che sfidano le leggi della retorica, Adrian riesce in un’impresa titanica: far parlare tutti di sé.
In conclusione, Adrian non è solo un cartone animato: è un rito, una liturgia, un fenomeno culturale che ci ricorda quanto sia bello vivere in un mondo in cui esistono ancora progetti così audaci, così improbabili, così… Adrian. Una serie che ha rivoluzionato la televisione italiana. Non necessariamente in meglio, ma sicuramente in modo indimenticabile.






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