Oggi, mentre tutti parlano di intelligenza artificiale, dalle nonne ai più giovani, vale la pena ricordare un autore che ha costruito un intero universo sulla sua assenza: Frank Herbert. Sessant’anni prima di ChatGPT, il creatore del ciclo di Dune aveva già previsto i rischi dell’AI, immaginando un mondo in cui l’umanità l’aveva bandita dopo una guerra devastante. La sua scelta non era solo narrativa: l’assenza di macchine pensanti diventa la linfa creativa che dà coerenza e profondità all’universo di Dune.
Nel 1965, mentre il mondo celebrava i primi computer e sognava città volanti, Herbert pubblicava una storia che andava controcorrente: nessun robot domestico ribelle, nessun cervello elettronico onnisciente, ma un’umanità che aveva scelto di voltare le spalle alle macchine intelligenti. Il Jihad Butleriano, guerra santa contro le macchine, era il cuore mai raccontato di questa scelta: una ribellione guidata da Serena Butler, che aveva reso impossibile la rinascita dell’AI. Il comandamento risultante era chiaro: “Non creerai una macchina a somiglianza della mente umana”.
Per sostituire i computer, Herbert inventò soluzioni straordinarie: i Mentat, umani addestrati a calcoli e analisi logiche sovrumane; le Bene Gesserit, che trasformavano intuizione e controllo corporeo in scienza esatta; i Navigatori della Gilda Spaziale, capaci di piegare lo spazio grazie alla prescienza della spezia. La tecnologia digitale era rimpiazzata dal potenziamento umano, creando un universo post-digitale coerente e credibile.
Herbert si ispirava a preoccupazioni antiche: Samuel Butler in Erewhon aveva già immaginato una società che bandiva le macchine. La sua intuizione era chiara: il pericolo non erano le macchine ribelli, ma il potere centralizzato e la delega della nostra autonomia cognitiva. Diversamente da Asimov, Kubrick, Cameron o i Wachowski, Herbert non mostrava la sconfitta dell’uomo, ma la vittoria definitiva contro le macchine.
Oggi, con ChatGPT e i Large Language Model che trasformano il mondo, la visione di Herbert appare quasi profetica. Le preoccupazioni sui monopoli tecnologici e sulla manipolazione genetica trovano eco nelle Bene Gesserit e nella Gilda Spaziale. I Mentat che elaborano strategie senza computer ricordano quanto stiamo diventando dipendenti da sistemi digitali. La lezione di Herbert è chiara: esistono alternative al determinismo tecnologico, e a volte basta dire no per preservare la nostra essenza.
Il Jihad Butleriano resta una delle speculazioni più audaci della fantascienza: un futuro complesso, sofisticato e umano, scelto consapevolmente, senza affidare l’intelligenza alle macchine pensanti. In un’epoca in cui algoritmi decidono cosa leggere, comprare o persino con chi parlare, la visione di Herbert suona rivoluzionaria e inquietantemente attuale.






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