C’è un certo fascino nel tornare su titoli legati ai cartoni della propria infanzia. Ben 10: Power Trip, sviluppato da PHL Collective e pubblicato da Outright Games, punta esattamente su questo: richiamare l’attenzione dei fan cresciuti con il ragazzino dai dieci alieni e, allo stesso tempo, proporre un’avventura leggera per un pubblico più giovane. Il problema è che, al di là della simpatia del brand e dell’affetto per la serie animata, ci si trova davanti a un prodotto tecnicamente debole, pigro nelle idee e privo di vera ispirazione.
Sulla carta, Power Trip tenta di offrire un’esperienza in stile open world, con Ben che esplora aree boschive, cittadine e montuose, risolvendo missioni e combattendo nemici sotto le istruzioni di nonno Max e Gwen. Nella pratica, però, tutto appare estremamente limitato. Le mappe sono grandi ma vuote, con pochissimi elementi di interazione; i personaggi secondari si ripetono all’infinito, e le missioni si riducono quasi sempre a “vai lì, picchia i cattivi, torna indietro”.
Anche i combattimenti, che dovrebbero essere il cuore dell’esperienza, risultano elementari. Il sistema di attacco è ridotto all’essenziale: pochi colpi base, nessuna profondità, e una sensazione di impatto pressoché assente. Il passaggio da un alieno all’altro — potenzialmente il momento più esaltante — è goffo, spesso rallentato da animazioni poco fluide e un sistema di comandi impreciso.
Dal punto di vista tecnico, Ben 10: Power Trip è un gioco fermo a due generazioni fa. Le texture sono povere, gli ambienti privi di dettagli e il frame rate crolla facilmente, anche su hardware più recenti. Le animazioni dei personaggi sembrano prese da un gioco mobile di fascia bassa, e la telecamera fatica a mantenere un’inquadratura coerente durante i combattimenti o i momenti di platforming.
La direzione artistica, pur richiamando lo stile del reboot animato di Ben 10, non riesce a compensare la mancanza di cura. Tutto appare piatto, statico, e privo di quella scintilla che il materiale originale possedeva. Anche il doppiaggio e le musiche, seppur funzionali, non lasciano alcun segno.
Eppure, nonostante la mediocrità diffusa, Ben 10: Power Trip riesce a fare una cosa: risvegliare la nostalgia. È quasi frustrante rendersi conto che, pur notando ogni difetto, ci si ritrova comunque a proseguire. Forse è per il piacere di rivedere gli alieni storici come Four Arms o Heatblast, forse per il gusto infantile di premere ancora una volta il tasto dell’Omnitrix.
C’è un certo calore nel riascoltare le battute familiari, nel vedere Ben trasformarsi e nel rivivere, anche solo per qualche ora, l’atmosfera spensierata del cartone. Ma è un calore che viene da dentro, non dal gioco: Power Trip non lo crea, lo sfrutta. È un titolo che vive di rendita, contando sul fatto che chi lo gioca ha già amato il personaggio, e che questo affetto lo spingerà a chiudere un occhio su tutto il resto.
Quando scorrono i titoli di coda, non c’è soddisfazione né entusiasmo. C’è una vaga malinconia, quella sensazione di aver giocato qualcosa che avrebbe potuto essere molto di più, ma non lo è stato. Ben 10: Power Trip non è un disastro assoluto, ma nemmeno un gioco che valga davvero il tempo di chi cerca un’esperienza di qualità. È, piuttosto, un ricordo interattivo: un piccolo, mediocre pretesto per tornare bambini, anche solo per qualche ora.






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