La notizia della morte di Ashley, conosciuta online come “Ash” o “squidkid1111”, ha scosso profondamente il mondo del cosplay. A soli diciannove anni, Ash aveva trasformato una passione nata da ragazza in un percorso creativo durato sette anni, costruendo una community affezionata grazie a interpretazioni elaborate di personaggi anime e giapponesi. L’annuncio del decesso è apparso su Instagram il 13 novembre, affidato a chi aveva accesso al profilo: un messaggio che celebrava la loro dedizione e la capacità di creare legami nei raduni, nei campus e nei set fotografici professionali.
L’assenza di dettagli sulle cause della morte ha aperto interrogativi e alimentato speculazioni tra follower e colleghi. Poco dopo, la pagina “A Dose of Anime” ha pubblicato immagini di Ash affermando che la giovane creator aveva subito molestie razziste persistenti. Secondo quanto riportato, alcune persone ritengono che Ash si sia tolta la vita dopo attacchi continui legati al colore della pelle e alla scelta di interpretare personaggi non neri, come Ellen Joe di “Zenless Zone Zero”. Commenti ostili avrebbero messo in discussione il loro diritto di impersonare personaggi dalla pelle chiara, aggravando una depressione già presente.
Sebbene le accuse non siano state confermate, si inseriscono in un problema noto: la difficoltà di essere una black cosplayer. In un ambiente che proclama libertà creativa, chi ha la pelle scura viene spesso criticata qualunque scelta faccia, sia quando interpreta personaggi non di colore, sia quando sceglie quelli che lo sono. Un paradosso che rivela l’esistenza di un doppio standard raramente applicato ai cosplayer bianchi.
La morte di Ash costringe la community a interrogarsi su quanto sia realmente inclusiva la cultura del fandom. Gli spazi online, apparentemente aperti e accoglienti, possono trasformarsi in ambienti tossici, dove le politiche di moderazione falliscono e gli utenti restano esposti alla violenza anonima dei social. Ash, cresciuta in un’epoca in cui la propria identità creativa si intreccia inevitabilmente con il mondo digitale, ne è diventata una vittima tragica.
Per chi la seguiva, il lutto è personale, ma anche collettivo: un richiamo urgente a ripensare il modo in cui la community protegge — o non protegge — le sue persone più vulnerabili.






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