Samuel L. Jackson considera Django Unchained uno dei punti più alti della sua collaborazione con Quentin Tarantino, ma porta con sé un rimpianto curioso: il suo Stephen, il subdolo maggiordomo di Candyland, è stato – a suo dire – “ammorbidito”. In un’intervista con Charlie Rose, l’attore raccontò che Tarantino aveva scritto per lui comportamenti ancora più atroci, poi eliminati per timore che il pubblico reagisse con odio incontrollato verso il personaggio. «Non voglio che nessuno ti uccida», gli disse il regista mentre tagliava le parti più estreme.
È sorprendente immaginare cosa potesse esserci oltre alla già glaciale crudeltà mostrata nel film. Stephen è l’uomo che, dall’interno del sistema schiavista, lo alimenta con intelligenza spietata; un antagonista che inquieta proprio perché perfettamente inserito nella logica disumana che serve. Eppure, secondo Jackson, ciò che vediamo è solo una versione addomesticata. Da qui nasce la curiosità su quali gesti, ritenuti troppo scioccanti, Tarantino abbia deciso di non portare sullo schermo.
Nella stessa intervista, Jackson ha poi difeso Tarantino dalle accuse di razzismo, definendole infondate: per lui, i personaggi che il regista gli ha affidato – da Pulp Fiction a Django – sono sempre stati scritti con cura, profondità e una precisa visione artistica. La lunga collaborazione tra i due, dice, non solo gli ha offerto ruoli memorabili, ma lo ha spinto a diventare un attore migliore, grazie alla passione cinefila del regista e al suo modo di valorizzare ogni sfumatura interpretativa.
Il successo di Django Unchained, premiato con due Oscar (a Christoph Waltz e a Tarantino per la sceneggiatura), ha confermato la potenza del film: un omaggio feroce e sanguigno allo spaghetti western, che unisce violenza stilizzata, immagini scioccanti e una storia di emancipazione. Django, interpretato da Jamie Foxx, incarna un eroe che conquista la libertà passo dopo passo, emotivamente e fisicamente, mentre il film riporta al centro il terrore della schiavitù ottocentesca e la necessità di affrontarne l’eredità con sguardo diretto e senza filtri.






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