Andrew Stanton, storico autore Pixar e regista di capolavori come Wall-E e Alla ricerca di Nemo, sta per concludere il lavoro su Toy Story 5, atteso nelle sale nel giugno 2026. L’annuncio ha riacceso un interrogativo che da anni accompagna il franchise: non si sta forse tirando troppo la corda? Empire Magazine ha portato la domanda direttamente a Stanton, ricordandogli come già il quarto capitolo avesse suscitato dubbi prima di rivelarsi un successo da oltre un miliardo di dollari.
Stanton comprende queste perplessità, ma sostiene che l’idea alla base del nuovo film non sia un semplice pretesto commerciale. Per lui, esiste una ragione profonda per tornare alle avventure di Woody e Buzz. Se la trilogia classica aveva chiuso il capitolo Andy senza possibilità di replica, la nuova storia nasce da una consapevolezza che oggi riguarda ogni genitore: la trasformazione del gioco nell’era digitale. Stavolta la minaccia non è un antagonista esterno, bensì il tablet Lilypad, oggetto capace di assorbire totalmente l’attenzione della piccola Bonnie.
Stanton non parla di “guerra” alla tecnologia, ma di un nodo esistenziale: i giocattoli, simbolo dell’infanzia condivisa, stanno perdendo il loro posto naturale nel mondo reale. La Pixar vuole affrontare questo cambiamento senza demonizzare nulla, interrogandosi su cosa significhi crescere in un’epoca in cui l’immaginazione e gli schermi si sovrappongono.
Parallelamente, il regista ricorda che lo studio non ha affatto abbandonato i progetti originali. Titoli come Elio, la serie Win or Lose e l’imminente Jumpers – Un salto tra gli animali dimostrano quanto la ricerca creativa resti viva, anche se spesso oscurata dall’attenzione mediatica per i sequel più celebri. Toy Story 5, insomma, non vuole sostituire ciò che è venuto prima né cancellare l’eredità emotiva dei primi tre film. Vuole piuttosto continuare a far evolvere un universo che, fin dalle origini, ha sempre parlato del modo in cui il tempo cambia noi — e i nostri giocattoli.






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