Negli ultimi giorni, durante l’audit annuale dell’Assemblea Nazionale sudcoreana, è tornato al centro del dibattito il ruolo di Naver WEBTOON, piattaforma che da oltre un decennio domina il mercato dei fumetti digitali del paese ed è oggi quotata anche negli Stati Uniti. La sua espansione globale – culminata in accordi industriali di grande visibilità, come quello recente con Disney – ha riacceso le discussioni sulle condizioni offerte agli autori, in particolare su compensi, gestione dei diritti e utilizzo dei contenuti.
Il sindacato che riunisce sceneggiatori e disegnatori accusa Naver di pretendere dagli autori selezionati nei concorsi la produzione di diversi episodi completi prima della firma di un contratto formale. Secondo molte testimonianze, questa fase preliminare poteva protrarsi da pochi mesi fino a tre anni, durante i quali venivano richieste riscritture, modifiche e aggiustamenti continui, spesso con editor diversi o con lunghi periodi senza feedback. Per il sindacato, si tratta a tutti gli effetti di lavoro non retribuito. L’azienda respinge la ricostruzione: la dirigenza afferma che i vincitori firmano immediatamente e che, anche quando non si procede alla serializzazione, gli autori ricevono comunque un compenso, definendo improprio parlare di sfruttamento.
Le contestazioni riguardano anche la gestione dei diritti e l’eventuale uso dei materiali per attività di ricerca, inclusa quella legata all’intelligenza artificiale. Alcune clausole contrattuali, sostiene il sindacato, lascerebbero spazio all’impiego delle opere in progetti di machine learning. Naver nega categoricamente: ribadisce che gli autori restano pienamente proprietari delle loro creazioni e afferma di non utilizzare i contenuti per addestrare sistemi AI, spiegando che strumenti come AI Painter o ToonRadar sono pensati come supporto tecnico, non come sostituti del lavoro creativo.
Un ulteriore punto critico riguarda la trasparenza economica. Secondo diversi autori, i ricavi provenienti dall’estero sarebbero in larga parte trattenuti dalla piattaforma, con percentuali comprese tra il 70% e il 90%, senza spiegazioni dettagliate sul calcolo dei proventi o sulla gestione delle promozioni. Anche in questo caso l’azienda respinge l’accusa: definisce quelle cifre fuorvianti e ricorda che, dal 2012, gli autori possono consultare in ogni momento i propri dati di vendita.
A fare da sfondo al confronto è il peso stesso di Naver WEBTOON nel mercato nazionale. Il sindacato paragona la sua posizione a quella di colossi come Netflix o YouTube nei rispettivi settori, sostenendo che proprio questa centralità permetta alla piattaforma di orientare compensi, tempistiche e perfino il formato delle opere. Naver, invece, parla di un ecosistema aperto, che avrebbe dato visibilità internazionale a centinaia di autori grazie a sistemi di traduzione e promozione automatica.






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