Negli ultimi due decenni, l’animazione occidentale ha attraversato una rivoluzione silenziosa ma profonda: quella dell’inclusione neurodivergente. Due serie, più di ogni altra, hanno ridefinito il modo in cui il pubblico percepisce la sensibilità, la diversità emotiva e le differenze cognitive: Steven Universe (2013-2020) di Rebecca Sugar e Adventure Time (2010-2018) di Pendleton Ward.

Sebbene nessuna delle due affronti direttamente la parola “autismo”, entrambe ne incarnano con straordinaria autenticità i tratti più riconoscibili: l’ipersensibilità sensoriale ed emotiva, la difficoltà di adattarsi alle norme sociali, la ricerca di autenticità e connessione, e una profonda empatia che spesso viene fraintesa come ingenuità.

Steven Universe si distingue per la sua rappresentazione tenera e complessa dell’identità, del trauma e dell’amore incondizionato. Steven, il protagonista, è un adolescente metà umano e metà Gemma che cerca costantemente di capire il mondo e sé stesso.

In lui si riconoscono moltissime persone nello spettro autistico: Steven fatica a leggere il contesto sociale, tende a interpretare le emozioni altrui in modo letterale e sviluppa routine di sicurezza (le sue canzoni, il rituale del “Cheese Burger Backpack”, la fusione come metafora dell’intimità e della fiducia). È sensibile ai rumori e alle tensioni emotive — spesso reagisce con sovraccarico sensoriale, pianto o ritiro improvviso, ma sempre con un desiderio profondo di armonia.

Inoltre, l’intera serie — scritta e diretta da un team che include diverse persone queer e neurodivergenti — costruisce un linguaggio emotivo alternativo, dove le parole non bastano e dove il contatto empatico, la “fusione”, diventa comunicazione. Le fusioni, infatti, sono letture metaforiche perfette dell’esperienza autistica: due identità che devono sincronizzare emozioni, ritmi e limiti per poter coesistere. Quando la fusione fallisce (come tra Pearl e Amethyst o tra Steven e Connie), non è per mancanza d’amore, ma per difficoltà di coordinazione e fiducia — proprio come accade tra persone neurodivergenti e neurotipiche.

Episodi come “Mindful Education”, “Growing Pains” e “Change Your Mind” affrontano in modo esplicito l’autoregolazione emotiva, il trauma da sovraccarico e il percorso di accettazione del proprio sé complesso. In “Mindful Education”, Steven impara la respirazione consapevole per non essere sopraffatto dai suoi pensieri — una scena che molti spettatori autistici hanno riconosciuto come una rappresentazione diretta della gestione del meltdown.

Rebecca Sugar stessa, in interviste successive, ha dichiarato di essersi ispirata al proprio vissuto di neurodivergente queer, rendendo Steven Universe una delle prime serie animate mainstream a essere costruita su una sensibilità apertamente non neurotipica.

Se Steven Universe racconta la potenza dell’empatia, Adventure Time esplora invece la fragilità del distacco. Dove Steven cerca l’armonia e la fusione con l’altro, Finn e i suoi compagni si muovono in un mondo dove la solitudine è parte integrante dell’esistenza. L’universo di Pendleton Ward è un mosaico di assurdo, malinconia e silenzi carichi di senso — una rappresentazione sorprendentemente fedele della percezione autistica del mondo, dove le regole sociali appaiono fluide, illogiche o semplicemente inaccessibili.

Il giovane Finn, pur incarnando l’archetipo dell’eroe, è un personaggio che lotta costantemente con la rigidità del suo senso morale. Egli crede che esista sempre una risposta giusta, una soluzione chiara a ogni problema, e fatica ad accettare la complessità emotiva che lo circonda. Marceline, al contrario, si rifugia dietro il sarcasmo e l’isolamento, temendo di essere ferita se mostra la propria vulnerabilità: la sua lotta interiore è quella di chi impara lentamente a togliersi la maschera, a mostrarsi per ciò che è, senza il timore di essere rifiutata.

BMO, l’androide che vive con Finn e Jake, rappresenta una prospettiva ancora diversa: la sua logica letterale e la sua innocente incomprensione del comportamento umano rivelano un modo di vedere il mondo che non è difettoso, ma semplicemente alternativo. La sua purezza d’intenti e la sua capacità di creare legami sinceri, pur senza capire appieno le dinamiche sociali, riflettono un tipo di sensibilità profondamente neurodivergente. E poi c’è l’Ice King, la figura più tragica della serie: un uomo prigioniero della propria mente, incapace di comprendere come le sue azioni vengano percepite dagli altri, spinto all’isolamento da un dolore che lo ha reso irriconoscibile persino a sé stesso. Il suo arco narrativo, da villain grottesco a simbolo di compassione e perdita, è una delle più toccanti rappresentazioni del fraintendimento sociale e della solitudine emotiva che molte persone autistiche riconoscono in sé.

In Adventure Time, il linguaggio poetico, il nonsense e l’umorismo surreale non sono semplici scelte stilistiche, ma strumenti di traduzione di un’esperienza percettiva diversa. Ward e il suo team raccontano il mondo come potrebbe vederlo una mente che ne osserva i meccanismi senza darli mai per scontati: ogni oggetto, parola o gesto ha un significato autonomo, non necessariamente logico, ma sempre sincero. Il nonsense diventa quindi una forma di linguaggio alternativo, un modo per esprimere ciò che le parole convenzionali non riescono a dire.

In questo senso, Adventure Time non parla solo di mondi fantastici e mostri bizzarri: parla di isolamento, di ricerca di identità, di quella costante sensazione di essere “fuori ritmo” rispetto al resto del mondo. È una poesia sull’essere diversi, ma anche sul trovare, nonostante tutto, un posto a cui appartenere. Ed è proprio in questo delicato equilibrio tra solitudine e connessione che la serie si afferma come una delle più autentiche metafore dell’esperienza autistica contemporanea.

Sia Steven Universe che Adventure Time hanno ridefinito cosa significhi “rappresentare” una neurodivergenza. Non hanno etichettato i loro personaggi, né ridotto l’autismo a un insieme di sintomi: hanno mostrato la complessità dell’esperienza umana attraverso la lente dell’empatia radicale e della differenza.

Entrambe le serie condividono un messaggio fondamentale: non è la neurodivergenza a essere un problema, ma il modo in cui la società reagisce ad essa.

Steven non deve “guarire” dalla sua sensibilità; Finn non deve diventare “più normale”. Devono solo imparare ad amarsi per quello che sono, in un mondo che troppo spesso chiede di mascherarsi.

E in questo, entrambi diventano modelli preziosi per le nuove generazioni di spettatori — specialmente per chi cresce sentendosi “fuori posto”, “troppo sensibile”, “troppo intenso”.

In definitiva, Steven Universe e Adventure Time hanno creato un linguaggio comune tra autori e spettatori neurodivergenti: uno spazio sicuro dove la vulnerabilità non è debolezza, ma forza.

Dove la fusione è dialogo, il nonsense è comprensione, la lentezza è ritmo, e la sensibilità è un superpotere. Sono due mondi diversi, ma complementari: il primo costruito sulla dolcezza della connessione, il secondo sull’accettazione della solitudine. Entrambi, però, ci insegnano che la neurodivergenza non è un errore del sistema, ma una diversa forma di luce.

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