Nel panorama televisivo moderno, poche relazioni hanno affascinato quanto quella tra Sherlock Holmes e Jim Moriarty nella serie Sherlock, creata da Steven Moffat e Mark Gatiss. Lontana dal semplice dualismo “eroe contro cattivo”, la loro connessione assume tratti ossessivi, speculari e persino intimi, trasformandosi in una danza psicologica che definisce la natura stessa del protagonista.

Fin dal primo incontro diretto, nel finale della prima stagione (“The Great Game”), è chiaro che Moriarty non è un semplice antagonista: è l’unico vero pari intellettuale di Sherlock. La loro mente funziona con la stessa logica: osservazione, deduzione, anticipazione. Ma dove Sherlock usa il suo genio per smascherare il caos, Moriarty lo usa per crearlo.

Come dirà più avanti Mycroft, Moriarty rappresenta la versione “senza catene” del fratello minore Holmes: un genio che ha scelto il male non per necessità, ma per gusto.

In questo senso, Moriarty è la proiezione oscura di Sherlock, la manifestazione di ciò che il detective potrebbe diventare se smettesse di credere nella moralità o nell’ordine.

Entrambi vivono di sfide, entrambi si annoiano del mondo comune, entrambi bramano qualcuno che li “capisca”. Quando Moriarty pronuncia “I’m so changeable — it is what people do when they’re bored”, parla anche per Sherlock.

Nella serie, la relazione tra i due assume i contorni di una ossessione quasi romantica. Moriarty non vuole uccidere Sherlock: vuole essere ricordato da lui. Il suo scopo non è vincere, ma legare la propria esistenza a quella del detective. “I will burn the heart out of you” non è una minaccia puramente fisica, ma un giuramento di intimità distruttiva: Moriarty vuole diventare parte integrante dell’identità di Sherlock.

Per contro, Sherlock, che si definisce “a high-functioning sociopath”, trova in Moriarty il suo riflesso più sincero. In lui riconosce la parte che reprime: la voglia di potere, la libertà totale dalle regole sociali, la fascinazione per l’imprevedibilità. In un certo senso, Moriarty rappresenta il lato emotivo che Sherlock rifiuta, proprio perché lo teme.

Nei dialoghi tra i due — taglienti, ironici, spesso giocati su un registro quasi teatrale — si percepisce un linguaggio dell’intimità nascosta sotto la minaccia. Quando Moriarty sussurra “You need me, or you’re nothing”, dice la verità più profonda: Sherlock ha bisogno di un nemico alla sua altezza per sentirsi vivo.

Il loro scontro è sempre mentale, anche quando sembra fisico. Moriarty trasforma Londra in una scacchiera, e Sherlock gioca secondo le sue regole pur sapendo che non può vincere davvero.

Nel finale della seconda stagione (“The Reichenbach Fall”), questa dinamica raggiunge l’apice. Moriarty si suicida pur di dimostrare che il suo potere persiste anche dopo la morte: obbliga Sherlock a saltare, a farsi “uccidere” dalla sua stessa mente. È un gesto di dominio assoluto, ma anche di dedizione morbosa — Moriarty si toglie la vita per diventare eterno nell’immaginazione del suo avversario.

Da quel momento, Moriarty diventa parte della psiche di Sherlock. Non è più un uomo, ma un simbolo: il caos dentro la logica, la tentazione che sussurra “diventa come me”. Le apparizioni postume (come in “The Abominable Bride” o “The Final Problem”) ne confermano la natura metaforica: Moriarty è ormai un fantasma mentale, il “demone interiore” che accompagna Sherlock verso la consapevolezza di sé.

Il rapporto tra i due, dunque, supera la semplice dicotomia bene/male. È una relazione simbiotica, costruita su amore, odio e riconoscimento reciproco. Moriarty è la prova che Sherlock non è un eroe classico: è un uomo costretto a confrontarsi con il lato oscuro della propria intelligenza.

Non a caso, quando altri personaggi (come John Watson o Mycroft) lo accusano di essere freddo o disumano, Sherlock reagisce sempre nel modo più umano possibile: cercando di non diventare Moriarty. La sua empatia, benché nascosta, si misura proprio nel rifiuto di quella libertà distruttiva che l’altro rappresenta.

Eppure, c’è sempre un’eco di malinconia nella loro rivalità: come se entrambi sapessero che nessuno dei due può davvero esistere senza l’altro. Moriarty è il “villain definitivo” perché non combatte per denaro o potere, ma per legame. È il male che non si può sconfiggere, solo comprendere.

In Sherlock, il rapporto tra Holmes e Moriarty non è solo quello tra detective e criminale: è la rappresentazione moderna del duello interiore tra razionalità e follia, ordine e caos, amore e distruzione.

Andrew Scott e Benedict Cumberbatch rendono questo rapporto palpabile, con una tensione emotiva che trascende i canoni del genere poliziesco. Ogni loro incontro è una sfida e una confessione, un corteggiamento intellettuale mascherato da battaglia.

Alla fine, Moriarty rimane l’unico capace di comprendere davvero Sherlock — e proprio per questo deve essere distrutto. Ma la sua eco resta, come la voce del dubbio dentro ogni mente brillante.

Sherlock vince, sì. Ma lo fa sapendo che, da qualche parte dentro di lui, Moriarty non è mai morto davvero.

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