C’è una piccola, grande perla nella storia della televisione italiana che ancora oggi brilla come un diamante grezzo — e allo stesso tempo riflette, con spietata precisione, tutto ciò che nella nostra TV continua a non funzionare. Quella perla si chiama Boris, la serie cult che, dal 2007, ha riscritto le regole della comicità e della satira televisiva nel nostro paese.

Creata da Luca Manzi e Carlo Mazzotta e scritta da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, Boris è un miracolo di equilibrio tra ironia, intelligenza e disperata lucidità. È una serie che ride di sé stessa, del suo pubblico e del sistema televisivo che la ospita. E, paradossalmente, proprio per questo funziona meglio di quasi tutto ciò che la televisione italiana abbia mai prodotto.

L’umorismo di Boris non è solo brillante: è chirurgico. Colpisce nel punto giusto, senza mai risparmiare nessuno. Non ci sono eroi, non ci sono veri buoni o cattivi, ma un coro di personaggi straordinariamente umani, ognuno immerso nel proprio piccolo inferno di cinismo e sopravvivenza.

C’è René Ferretti, il regista rassegnato e disilluso interpretato da un magistrale Francesco Pannofino, simbolo di un intero sistema che ha smesso di credere nell’arte per abbracciare la mediocrità produttiva. C’è Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), l’attore vanesio e inconsistente che rappresenta la recitazione italiana peggiore, eppure non puoi fare a meno di amarlo. C’è la straordinaria Caterina Guzzanti nei panni di Arianna, assistente di regia nevrotica e severa, ma anche l’unica voce razionale in un set dominato dal caos.

Ogni battuta, ogni dialogo, ogni sguardo è calibrato alla perfezione: Boris riesce a far ridere con una riga di copione, ma anche con un silenzio carico di impotenza. È umorismo di situazione, di linguaggio, di carattere. È satira che non punta il dito, ma ti guarda negli occhi e ti dice: “Siamo tutti complici”.

Uno dei più grandi punti di forza della serie è il suo cast, un ensemble incredibilmente affiatato e credibile. Tutti, dal primo all’ultimo, incarnano la follia del mestiere televisivo con un’energia che trasforma anche la scena più assurda in un momento di pura verità.

Francesco Pannofino è semplicemente perfetto. La sua voce, la sua presenza, la sua malinconia disincantata rendono René Ferretti un personaggio tragico e comico allo stesso tempo. Accanto a lui, Pietro Sermonti crea uno Stanis irresistibilmente ridicolo; Carolina Crescentini regala alla “cagna maledetta” Corinna una dimensione di comicità involontaria degna della migliore commedia all’italiana; e Antonio Catania, Paolo Calabresi, Luca Amorosino e Alberto Di Stasio completano un mosaico di interpreti straordinari, tutti perfettamente a loro agio nel raccontare l’assurdità quotidiana del set.

Non è un caso che molti di loro, dopo Boris, siano diventati volti riconosciuti e amati del panorama italiano: la serie è stata una vera e propria fucina di talenti, ma soprattutto di identità artistiche coerenti.

La forza di Boris non sta solo nella sua comicità, ma nella sua capacità di essere un documento quasi sociologico. Dietro le risate, c’è un’amara consapevolezza: la TV italiana è un meccanismo inceppato, prigioniero di logiche produttive assurde, di compromessi creativi e di un pubblico considerato “stupido”.

La serie nella serie, Gli occhi del cuore 2, è un capolavoro di parodia: un finto melodramma così terribilmente simile ai veri prodotti televisivi da sembrare realistico. Ma il vero colpo di genio è la normalità con cui Boris mostra la degenerazione professionale di chi lavora nel settore. Gli autori che non scrivono, i tecnici che dormono, i produttori che “vogliono tutto semplice, tutto leggero”: un ritratto così autentico da risultare ancora oggi disturbante.

È un mondo dove la qualità è un lusso, dove la mediocrità è una regola di sopravvivenza e dove l’unica forma di ribellione è, ironicamente, “aprire tutto” con la luce giusta, anche quando si gira un capolavoro… o una schifezza.

Ed è proprio qui che nasce la più grande amarezza: Boris è ancora terribilmente attuale. A quasi vent’anni dalla sua prima messa in onda, nulla sembra essere cambiato davvero.

La televisione italiana continua a essere dominata da logiche commerciali, da fiction seriali tutte uguali, da un linguaggio standardizzato e da una paura costante di sperimentare. Gli stessi problemi che René Ferretti affrontava nel 2007 — produttori incompetenti, attori improvvisati, sceneggiature inconsistenti — sono ancora il pane quotidiano del nostro piccolo schermo.

È un paradosso struggente: una serie nata per denunciare la mediocrità del sistema è diventata, col tempo, la sua più lucida profezia. E ogni volta che rivediamo un episodio, ci ritroviamo a ridere — ma con una risata amara, consapevole, quasi di rassegnazione.

Perché Boris, alla fine, è più di una sitcom: è uno specchio. E come tutti gli specchi, non mente mai.

Boris resta una delle opere più intelligenti, divertenti e coraggiose mai prodotte in Italia. Un gioiello di scrittura, recitazione e regia che ha saputo raccontare la realtà televisiva meglio di qualsiasi documentario o saggio critico. È un’opera che continua a far ridere, ma anche a far pensare.

E forse, proprio per questo, continuerà a essere attuale finché la televisione italiana non troverà il coraggio di cambiare davvero. Ma nel frattempo, come direbbe René Ferretti…

“Dai, dai, dai! Buona la prima… ma rifacciamola meglio.”

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