Tra i piatti che più rappresentano l’identità della Basilicata, la pasta coi peperoni cruschi occupa un posto speciale. Non è solo una ricetta, ma un simbolo della memoria contadina, delle radici popolari e del legame profondo tra territorio, cucina e tradizione orale. Dietro un piatto apparentemente semplice si nasconde infatti un mondo fatto di riti, proverbi e storie tramandate da generazioni.

Il peperone di Senise IGP, detto anche “oro rosso lucano”, è la base di questo piatto. Introdotto probabilmente dai commerci con la Spagna nel XVI secolo, trovò nella valle del fiume Sinni un microclima ideale. I contadini impararono presto ad essiccarlo: i frutti venivano infilati con ago e spago in lunghe collane chiamate serte e appesi ai balconi per catturare sole e vento. Una volta secchi, diventavano scricchiolanti, croccanti: cruschi, appunto.

Questo metodo non era solo pratico, ma rituale: in molte famiglie appendere le serte in cucina significava protezione e abbondanza, una sorta di talismano contro la miseria. I peperoni erano considerati un bene prezioso, al punto da essere offerti agli ospiti come segno di rispetto e amicizia.

La pasta coi peperoni cruschi nasce come piatto della festa. La pasta fresca, spesso i fusilli al ferretto o le lagane, si univa a ingredienti poveri ma saporiti: olio extravergine, aglio, mollica di pane tostata. I peperoni, fritti rapidamente per pochi secondi, si gonfiavano come petali di fiore e portavano al piatto il loro inconfondibile gusto dolce-amaro.

Nelle famiglie lucane, questo piatto si preparava nelle grandi ricorrenze: matrimoni, battesimi, Natale e Pasqua. Si diceva che i peperoni cruschi portassero fortuna agli sposi, perché croccanti come la prosperità che si augurava alla nuova famiglia.

Attorno al peperone crusco si sono sviluppati proverbi e racconti che testimoniano l’importanza culturale di questo alimento. Alcuni anziani ricordano il detto:

“Chi magna crusco, campa rusco” — chi mangia il crusco vive vigoroso e tenace come il rovo che non muore mai.

Un’altra leggenda narra di un contadino povero che, avendo solo pane raffermo e pochi peperoni secchi, riuscì a imbandire un pranzo tanto profumato che persino i vicini benestanti lo invidiarono. Da quel giorno il peperone crusco venne chiamato anche “il tartufo dei poveri”, un lusso che bastava da solo a nobilitare la tavola.

Oggi la pasta coi peperoni cruschi non è più solo cibo contadino: è diventata un biglietto da visita della gastronomia lucana. Nei festival paesani si celebrano ancora le antiche usanze di preparazione delle serte, con canti popolari e danze tradizionali. I ristoranti ne hanno fatto un piatto identitario, servendolo accanto ad altri simboli regionali come le salsicce pezzente o il caciocavallo podolico.

Ma la vera magia resta la stessa: un pugno di peperoni rossi, trasformati dal sole e dall’olio bollente, che raccontano in un solo morso secoli di storia e di cultura.

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