Nel vasto e caotico multiverso della televisione, dove le anime si perdono tra amori impossibili, morti improvvise e battute da sit-com, esiste un uomo. Un uomo così straordinariamente fuori dal tempo, così essenzialmente puro nella sua rudezza, così inflessibilmente coerente nella sua filosofia libertaria, da sembrare uscito da una leggenda narrata attorno a un falò acceso con legna spaccata a mano. Quell’uomo è Ron Swanson, e questa è la sua saga.

Ronald Ulysses Swanson nasce da una stirpe spartana di uomini duri e silenziosi. Originario dell’oscuro e inospitale Midwest americano, viene cresciuto in una casa in cui l’emozione più forte concessa era l’irritazione silenziosa e in cui l’unica manifestazione d’affetto era passarsi il sale a tavola. All’età di 9 anni, Ron costruisce il suo primo tavolo da cucina. A 11, scuoia il suo primo cervo con uno sguardo severo e un coltello che ha forgiato da solo. A 14, dichiara guerra al governo federale. A 15, comincia a lavorare per esso.

Ron Swanson approda a Pawnee, Indiana, come direttore del Dipartimento Parchi e Attività Ricreative, una posizione che, nella mente di ogni burocrate, implica l’organizzazione di picnic e la promozione della felicità pubblica. Ma non per Ron. Lui assume quel ruolo con un solo scopo: distruggere la macchina statale dall’interno.

Sotto il suo regno di ferro e silenzi carichi di disprezzo, l’ufficio è gestito secondo i dettami del minimalismo anarchico: meno fondi, meno dipendenti, meno gioia. Ma ecco l’ironia che gli dèi televisivi ci offrono: proprio lui, l’uomo che odia l’intervento governativo, finisce per essere un mentore, un leader, persino un simbolo. Il tutto, naturalmente, senza volerlo minimamente.

Ron Swanson è il paladino della carne rossa, il sommo sacerdote del barbecue, il mistico del bacon. La sua dieta è un grido di guerra contro le insalate, i succhi verdi e qualsiasi cosa che contenga il termine “quinoa”.

“Give me all the bacon and eggs you have. Wait, wait… I’m worried what you just heard was ‘give me a lot of bacon and eggs.’ What I said was: give me all the bacon and eggs you have.”

Questa frase, incisa in lettere d’oro su molte cucine d’America, è il mantra di una generazione perduta nel tofu.

Quando Ron non è occupato a scoraggiare il progresso civile o a scolpire statuette di sequoia con scalpelli forgiati nel fuoco della sua indignazione, lo si può trovare nel suo rifugio in mezzo ai boschi, noto solo a lui, ai cervi e agli spiriti della libertà.

Qui egli costruisce canoe, mobili e silenzi profondi. Ogni asse di legno che lavora contiene in sé la meditazione di un monaco zen e la violenza contenuta di un guerriero norreno. Non parla di ciò che fa: lo fa. E se glielo chiedi, ti risponderà con uno sguardo così gelido che la tua anima congelerà un poco.

Ron ha un passato amoroso tempestoso. Due delle sue ex-mogli si chiamano Tammy. Entrambe lavorano nella biblioteca, entrambe sono esseri infernali, e entrambe lo attraggono con la potenza distruttiva del canto delle sirene mischiato al rumore di una motosega.

Quando una Tammy compare, Ron perde la sua compostezza da scultura di granito e si trasforma in una versione decadente e arruffata di sé. È il suo punto debole, la sua personale Kryptonite, il suo talone d’Achille ricoperto di rossetto rosso fuoco e motivi leopardati.

Nonostante la sua ostilità nei confronti dell’umanità in generale, Ron Swanson è un mentore epico, sebbene riluttante. Leslie Knope, il suo opposto assoluto – solare, iperattiva, liberal – lo ammira con fervore. E lui, sotto montagne di sarcasmo e scotch single malt, nutre per lei una stima profonda.

Sarà anche il mentore silenzioso di April Ludgate, apprendista sociopatica, e persino del tenero Andy Dwyer, che considera Ron una specie di Batman reale (e non è del tutto sbagliato). Ron non cerca discepoli, ma li attira come un fuoco di campo nel cuore di una notte gelida.

Parlare di Ron Swanson come di un semplice personaggio televisivo sarebbe un grave errore di sottovalutazione. Ron non è solo un uomo: è un’ideologia con le spalle larghe, un pensiero granitico espresso attraverso la scorza di un falegname libertario, un insieme di princìpi così ferrei da poter reggere un’intera cattedrale costruita senza permessi edilizi. La sua filosofia – chiamiamola pure Swansonismo, perché ogni vero credo ha diritto a un nome solenne – non è complicata, ma è intransigente, quasi ascetica nella sua purezza.

Al centro del suo pensiero c’è un culto incrollabile dell’autosufficienza. Per Ron, dipendere da qualcun altro è una vergogna, un’umiliazione, una sconfitta morale. Un uomo deve saper fare da sé, che si tratti di riparare un lavandino, difendere la propria terra da un’invasione o costruirsi da solo una sedia (possibilmente in noce americano, e possibilmente senza dire una parola mentre lo fa). In un mondo dove tutti sembrano voler condividere ogni dettaglio, Ron coltiva il silenzio come una forma d’arte. Il suo mutismo non è timidezza: è protesta attiva contro l’inutile rumore dell’umanità. Un suo sguardo, secco come il Midwest in agosto, dice molto più di un discorso motivazionale di tre ore.

Per lui il governo – ironicamente, il datore di lavoro – è una mostruosa entità burocratica nata per ficcare il naso dove non dovrebbe, sprecare denaro e complicare la vita ai cittadini. Ron lo combatte con l’unico strumento che conosce: l’inefficienza strategica. Finge di essere un funzionario qualunque, ma sotto quella camicia a quadri batte il cuore di un rivoluzionario conservatore. Il suo vero scopo è sabotare la macchina dall’interno, rallentarla, svuotarla, ignorarla finché collassa sotto il peso delle sue stesse scartoffie.

Ma c’è anche un’estetica nello Swansonismo. Non è solo filosofia, è stile di vita. Tutto ciò che è sintetico, frivolo, appariscente lo disgusta. Ama ciò che è solido, tangibile, durevole: il legno massiccio, il cuoio consumato, il ferro battuto. Odia tutto ciò che è “moderno” nel senso deteriore del termine: i social media, il latte di mandorla, le biciclette elettriche. Se qualcosa non può essere aggiustato con un martello o una bottiglia di scotch, per lui è inutile.

Eppure, dietro quella scorza dura come una quercia in pieno inverno, Ron nasconde un codice morale rigoroso. È onesto fino all’eccesso, dice la verità anche quando ferisce (anzi, soprattutto quando ferisce), rispetta chi lavora sodo, disprezza chi bara o si lamenta. È incapace di adulazione, incapace di ipocrisia, e incapace di tollerare chi non si prende la responsabilità delle proprie azioni. Il rispetto, per Ron, si guadagna con il silenzio, il sudore e la coerenza.

Lo Swansonismo non cerca adepti, ma li trova. Non si impone, ma si impone lo stesso. E chi, stanco delle banalità del mondo moderno, si ritrova a guardare Ron Swanson con un misto di stupore, rispetto e terrore reverenziale… sa di aver trovato un faro. Un faro fatto di legno, alimentato a scotch, che non emette luce ma sguardi giudicanti.

Ron Swanson è, in definitiva, ciò che resta quando togli tutto ciò che è frivolo, falso, debole e digitale. È l’essenza distillata della virilità classica, con un cuore sorprendentemente tenero che batte sotto uno spesso strato di plaid e riservatezza.

In un’epoca di influencer e reality show, Ron Swanson è l’antidoto necessario, la leggenda che non chiede di essere raccontata ma che va tramandata, come le ricette di famiglia e le mappe del tesoro.

E quando il mondo sarà in rovina e le città ridotte in polvere, là, in mezzo a una radura, accanto a una capanna costruita a mano, ci sarà Ron. A pescare trote. A scolpire il destino. A ignorarti se parli troppo.

Fine.

O meglio: pausa pranzo.

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