Nel vasto universo narrativo della DC Comics, pochi rapporti sono tanto intensi, ambigui e disturbanti quanto quello che lega Batman e Joker. La loro è una relazione che sfida i confini tra bene e male, ordine e caos, normalità e follia. Nessuna storia ha forse esplorato meglio questa dinamica quanto The Killing Joke, la celebre graphic novel scritta da Alan Moore e disegnata da Brian Bolland nel 1988. Ma se questo capolavoro rappresenta un punto di svolta nell’evoluzione della loro rivalità, è solo l’inizio di una riflessione più profonda sulla loro simbiosi tossica e sulla dipendenza psicologica reciproca che li tiene ancorati uno all’altro in una spirale senza fine.
The Killing Joke è una delle rappresentazioni più cupe e filosoficamente sofisticate del rapporto tra Batman e Joker. La premessa è semplice: Joker vuole dimostrare che basta “una brutta giornata” per trasformare un uomo normale in un mostro. Per provarlo, rapisce il commissario Gordon e paralizza sua figlia Barbara (Batgirl), sottoponendoli a torture fisiche e psicologiche.
Ma ciò che rende questa storia così potente non è la violenza gratuita, bensì il parallelo tra Joker e Batman. Entrambi hanno vissuto una tragedia: Joker, come ci viene raccontato (ma mai confermato), avrebbe perso la moglie incinta e si sarebbe trasformato nel Clown del Crimine dopo una disastrosa caduta in una vasca chimica. Batman, d’altra parte, è nato dalla morte dei suoi genitori, uccisi davanti ai suoi occhi.
Due uomini, una notte decisiva. Ma risposte diametralmente opposte: uno abbraccia il caos, l’altro cerca di contenerlo con un codice morale inflessibile.
Il dialogo finale tra i due è emblematico. Batman offre a Joker la possibilità di cambiare, ma il clown rifiuta con una barzelletta tragica: due pazzi in un manicomio, uno propone all’altro di salvarsi saltando sul tetto di fronte, ma quando arriva il suo turno, l’altro dice: “Non ti seguo, sei matto, potresti spegnere la luce a metà strada”. È una risata disperata, che culmina in una delle scene più ambigue della storia del fumetto: Batman e Joker ridono insieme, nella pioggia, forse per la prima e unica volta uniti davvero. Forse. Alcuni sostengono che Batman, in quel momento, uccida Joker. Ma è proprio l’ambiguità a rendere The Killing Joke così potente.
Psicologicamente parlando, Joker è l’ombra junghiana di Batman. Se prendiamo in prestito la teoria di Carl Gustav Jung, ogni individuo ha una “ombra”, cioè l’insieme degli aspetti repressi della propria psiche. Joker è l’incarnazione di tutto ciò che Bruce Wayne ha scelto di reprimere: impulsività, anarchia, rabbia cieca, assenza di controllo.
Batman costruisce la sua identità attorno al controllo assoluto. Allenamento, disciplina, tecnologia, regole. Ma sotto la maschera c’è un trauma irrisolto, un dolore che cerca vendetta. Joker, invece, è liberazione pura, è ciò che accade quando si cede al dolore senza combatterlo. In questo senso, è come se dicesse a Batman: “Tu sei come me. Solo che non lo ammetti.”
Da qui nasce la tossicità del loro rapporto: Joker non vuole uccidere Batman, vuole portarlo al suo livello. Più volte, lo provoca affinché infranga la sua regola d’oro: non uccidere. Perché se Batman lo facesse, diventerebbe come lui. Ma anche Batman, pur potendolo fermare definitivamente, non lo fa. Perché?
Batman e Joker sono in un equilibrio perverso. Si completano. Joker vive per attirare l’attenzione del Cavaliere Oscuro, per essere al centro della sua ossessione. Batman, da parte sua, sembra aver bisogno di Joker per giustificare la propria crociata. Se Joker morisse, che cosa resterebbe della missione di Batman?
Molti psicologi e critici hanno letto questo legame come una forma di co-dipendenza. Batman non riesce a liberarsi di Joker perché senza di lui perderebbe un pezzo della propria identità. Joker, a sua volta, non vuole davvero che Batman muoia: vuole distruggerlo moralmente, trascinarlo nell’abisso, ma senza mai privarsi della sua unica vera “connessione” umana.
In Arkham Asylum: A Serious House on Serious Earth di Grant Morrison, questa dinamica viene esplorata con tinte quasi oniriche. Joker è rappresentato come una forza archetipica, una maschera sempre mutevole che cambia personalità da giorno a giorno. Lui stesso afferma di aver adottato una “super-sanity”, una forma di follia così avanzata da permettergli di reinventarsi di continuo. In questo contesto, Batman appare non tanto come un eroe, quanto come il carceriere dell’umanità deviata: un guardiano che sorveglia i mostri, ma che è anche uno di loro.
Da un punto di vista filosofico, il confronto Batman/Joker è una rappresentazione vivida del conflitto eterno tra Apollineo e Dionisiaco, concetti mutuati da Nietzsche. Batman incarna l’ordine, la razionalità, il controllo: l’impulso apollineo che cerca di dare forma al mondo. Joker è il dionisiaco: l’estasi, la distruzione, la verità dietro la maschera della civiltà.
Ma Nietzsche stesso ci avverte: ignorare il dionisiaco porta alla sterilità e alla follia. Batman combatte Joker, ma non può distruggerlo senza perdere una parte di sé. Ogni confronto è una danza, un duello eterno che serve a ricordare a Batman la sottile linea tra giustizia e vendetta, tra sanità e follia.
In The Dark Knight di Christopher Nolan, questa tematica è espressa chiaramente. Joker dice: “Io non voglio ucciderti. Tu completi me!” e poi spiega che, se Batman non ci fosse, non avrebbe nessuno con cui giocare. Il loro rapporto è un circolo vizioso, in cui entrambi si alimentano a vicenda, condannati a un’esistenza simbiotica. Un’eterna lotta priva di risoluzione.
Il rapporto tra Joker e Batman è più di una rivalità tra eroe e villain. È una tragedia greca, una relazione tossica fatta di specchi, traumi e ossessioni. Ogni incontro è un test morale per Batman, ogni risata di Joker è un grido disperato per essere visto, riconosciuto, anche se solo come nemico.
Batman non può uccidere Joker perché significherebbe accettare che il mondo è irrimediabilmente corrotto. Joker non vuole uccidere Batman perché significherebbe ammettere che il caos non ha più bisogno di essere dimostrato. Così, i due restano lì, inchiodati in una danza macabra senza fine, in cui nessuno vince davvero. Solo il pubblico osserva, spaventato e affascinato, il riflesso della propria dualità.
In fondo, Joker e Batman non sono così diversi. Sono due facce della stessa medaglia, gettata nel buio di una Gotham che non smette mai di urlare.






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