All’alba del XXI secolo, con l’esplosione di Internet come luogo d’incontro e narrazione collettiva, nasce un nuovo tipo di folclore digitale: le creepypasta. Il termine, derivato da “copypasta” (copy-paste), indica storie horror brevi, misteriose o disturbanti, diffuse attraverso forum, blog e siti specializzati. Spesso accompagnate da immagini manipolate o video amatoriali, queste narrazioni volevano evocare terrore e suggestione sfruttando la credibilità e l’immediatezza del mezzo digitale.
L’equivalente moderno delle storie attorno al fuoco, le creepypasta diventano uno strumento potente per la costruzione di miti urbani del nuovo millennio, influenzando adolescenti e giovani adulti. In questo contesto nasce una delle figure più emblematiche, disturbanti e iconiche della cultura horror digitale: Slender Man.
Slender Man viene alla luce il 10 giugno 2009, come parte di un concorso sul forum Something Awful, nel quale gli utenti erano invitati a creare immagini spettrali e inquietanti con l’ausilio di software di fotoritocco. L’utente Victor Surge (pseudonimo di Eric Knudsen) pubblica due fotografie in bianco e nero di bambini che sembrano osservati da un’oscura figura umanoide, alta e sottile, priva di volto, con lunghi arti sproporzionati e tentacoli neri che si estendono dalla schiena.
Accompagnate da brevi didascalie in stile documentario (ad esempio: “We didn’t want to go, we didn’t want to kill them, but its persistent silence and outstretched arms horrified and comforted us at the same time…”), le immagini provocano immediatamente un’ondata di reazioni.
Da quel momento, Slender Man non è più solo un personaggio: diventa una leggenda metropolitana digitale in tempo reale, alimentata da una narrazione collettiva. Il web inizia a cucire addosso alla creatura una mitologia: Slender Man perseguita e rapisce bambini, appare nei boschi o ai margini delle fotografie, agisce con movenze lente e innaturali, e può indurre paranoia, amnesia e allucinazioni.
L’espansione di Slender Man è inarrestabile. Nascono innumerevoli racconti creepypasta, fan fiction, videogiochi indipendenti (su tutti il celebre Slender: The Eight Pages, del 2012), cortometraggi, serie web (Marble Hornets, 2009-2014), e infinite illustrazioni inquietanti.
Slender Man diventa il simbolo del potere narrativo di Internet: la sua immagine si adatta ai tempi, si evolve con la comunità che lo racconta, e assume un’aura di verosimiglianza nonostante la sua origine sia perfettamente documentata.
La sua figura viene spesso comparata a quella dei boogeyman, degli uomini neri del folklore tradizionale, ma aggiornata per l’era digitale. È anche un’emanazione delle paure moderne: l’invisibilità dell’orrore, la minaccia che si nasconde dietro il monitor, la dissoluzione dell’identità nell’anonimato.
Per molti adolescenti e appassionati di horror, Slender Man diventa quasi un rito di passaggio: una figura a cui si arriva attraverso il web come se si scoprisse un segreto nascosto, una conoscenza proibita.
Alcuni studiosi parlano di folklore emergente, osservando come le comunità digitali abbiano ricreato le stesse dinamiche dei miti orali: trasmissione, variazione, amplificazione, ritualità. La forza della storia di Slender Man è la sua apertura: non ha una trama fissa, un canone definitivo, ma cresce come un virus narrativo.
Tuttavia, proprio questa flessibilità ha anche dato origine a distorsioni più inquietanti, portando il mito a infrangere il confine tra finzione e realtà.
Il 31 maggio 2014, a Waukesha, in Wisconsin (Stati Uniti), due ragazze di 12 anni, Anissa Weier e Morgan Geyser, attirano la loro amica Payton Leutner in un bosco e la accoltellano 19 volte. Miracolosamente, Payton sopravvive.
Durante gli interrogatori, le due aggressori dichiarano di aver compiuto il gesto per “compiacere Slender Man” e diventare sue “proxy” (emissarie). Credevano che, se non lo avessero fatto, Slender Man avrebbe ucciso le loro famiglie. Morgan soffriva di una forma di schizofrenia infantile non diagnosticata, mentre Anissa era influenzata dalla paranoia e dalla credulità.
Il caso sciocca l’opinione pubblica e solleva interrogativi sulla responsabilità dei contenuti online, sulla salute mentale dei minori e sull’influenza della fiction sul comportamento umano. Slender Man, che fino ad allora era rimasto confinato nel dominio dell’invenzione collettiva, entra nella cronaca nera.
Il processo si conclude con l’internamento delle due ragazze in istituti psichiatrici: Anissa Weier viene rilasciata nel 2021, Morgan Geyser è ancora in cura.
Negli anni successivi, vengono segnalati altri episodi di violenza o tentativi di aggressione legati a Slender Man. Nel 2014, una ragazza della Florida appicca il fuoco alla propria casa, ispirandosi (secondo la polizia) alla mitologia dello Slender. In un altro caso, una madre denuncia il figlio per aver tentato di colpirla dopo essere stato ossessionato dalle creepypasta.
Sebbene nessuno di questi episodi abbia avuto la gravità di Waukesha, indicano un pattern: la narrazione horror, se assorbita in modo non critico da menti fragili, può essere distorta fino a diventare giustificazione per azioni violente.
Dopo l’episodio del 2014, molti siti web (inclusi Creepypasta Wiki e YouTube) iniziano a pubblicare avvisi e disclaimer, chiarendo che le storie sono opere di fantasia e non devono essere emulate. Gli sviluppatori di videogiochi indie evitano per un periodo di usare Slender Man, e anche alcuni documentari (Beware the Slenderman, prodotto da HBO nel 2016) esplorano criticamente il fenomeno.
In ambito accademico, il personaggio è diventato oggetto di studio in psicologia, sociologia, media studies e folklore digitale, come esempio di come l’immaginazione collettiva possa interagire pericolosamente con la psiche individuale.
Slender Man rappresenta un paradosso: nato come gioco creativo su un forum, è diventato leggenda, prodotto mediatico, incubo condiviso… e infine tragico caso di cronaca. È il simbolo di quanto potente – e pericolosa – possa essere la narrazione nell’era digitale.
Se da un lato testimonia la creatività senza confini delle comunità online, dall’altro ci mette in guardia: le storie, per quanto finte, hanno un peso reale, soprattutto quando si innestano nelle insicurezze di chi cerca nel mito una spiegazione, una via di fuga o un’identità.
Slender Man è il nuovo Uomo Nero dell’era di Internet. Ma al contrario dei suoi predecessori folklorici, non è nato dalla superstizione… bensì dalla nostra immaginazione collettiva. E come tale, ci costringe a fare i conti non con il soprannaturale, ma con noi stessi.






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