Nel cuore oscuro e disilluso di Watchmen, capolavoro di Alan Moore e Dave Gibbons, esiste una figura tanto disturbante quanto essenziale alla comprensione del messaggio dell’opera: Edward Morgan Blake, alias Il Comico. Maschera beffarda di un’America corrotta, prodotto estremo della Guerra Fredda e incarnazione tragica dell’assurdo esistenziale, il Comico è molto più di un supereroe violento: è la chiave per leggere il senso dell’intera narrazione. La sua morte, che avviene nelle prime pagine del fumetto, è il catalizzatore dell’intreccio, ma è la sua vita – vista attraverso frammenti, ricordi e testimonianze – a rivelare la profondità della sua funzione simbolica.
Il Comico è una delle figure più complesse e disturbanti del pantheon di Watchmen. Appare per la prima volta nel 1939 come membro dei Minutemen, gruppo di vigilanti in costume, per poi unirsi anni dopo ai Watchmen (o meglio, ai Crimebusters mai ufficialmente nati), portando con sé un approccio sempre più nichilista e brutale al concetto stesso di giustizia.
Forte, cinico, spietato, sessista, razzista e sadico, Blake è responsabile di alcune delle azioni più moralmente riprovevoli dell’intera storia. Ha tentato di stuprare la collega Spettro di Seta (Sally Jupiter), ha ucciso civili innocenti in Vietnam, ha bruciato un villaggio senza provare rimorso, eppure viene scelto dal governo degli Stati Uniti per diventare una sorta di agente ufficiale durante la Guerra del Vietnam e nel contesto della Guerra Fredda.
Eppure, nella sua brutale disumanità, c’è qualcosa che lo rende paradossalmente più lucido di altri personaggi. Blake non è ipocrita. Non si nasconde dietro ideali di giustizia o moralità. Egli ha capito che il mondo è un enorme scherzo crudele, e ha scelto di diventare il buffone di corte del potere, indossando la sua maschera con feroce ironia.
Il simbolo del Comico è una faccina gialla sorridente, su cui cade una goccia di sangue. Questa immagine è diventata emblematica di Watchmen stesso. La maschera con il sorriso plastificato, sporca di sangue, è la sintesi visiva del messaggio dell’intera opera: una risata sopra un abisso.
Il Comico ride perché ha compreso che il mondo è governato dall’ipocrisia, dall’avidità e dalla violenza, e che gli ideali che un tempo avevano senso – giustizia, ordine, eroismo – sono diventati burle, coperture per interessi personali o imperialisti. Quando uccide, tortura o distrugge, non finge mai che ciò sia per un bene superiore. Lo fa perché può, e perché così va il mondo.
Tutto ciò fa di lui un cinico estremo, ma non un folle: è la lucidità, non la pazzia, a spingerlo a comportarsi così. In un mondo corrotto, il Comico non fa che aderire a quella corruzione, abbracciandola, esibendola, rendendola spettacolo. E così, nella sua maschera, si cela la satira crudele dell’intero progetto dei supereroi, dell’idea stessa che basti un costume per cambiare il mondo.
Pur se apparentemente impermeabile al rimorso, Edward Blake non è un uomo senza coscienza. La sua figura si complica quando, in una scena cruciale del fumetto, lo vediamo piangere disperatamente nell’appartamento di Moloch. Il suo volto, altrimenti perennemente sarcastico, si deforma nel dolore e nella disperazione: “È tutto uno scherzo… tutto uno scherzo!”.
È proprio in quel momento che vediamo il vero volto del Comico: non l’assassino spietato, ma l’uomo che ha visto troppo. Dopo aver scoperto il piano di Ozymandias – l’uomo più intelligente del mondo – per sacrificare milioni di persone in nome della pace globale, il Comico crolla. Non ride più. Per la prima volta, la realtà diventa troppo grande anche per lui.
Qui sta il paradosso tragico: il buffone del mondo non riesce più a ridere. L’uomo che ha trasformato la violenza in spettacolo si rende conto che, di fronte a una farsa ancora più vasta e orribile, la sua stessa ironia non basta più. Blake muore perché ha visto la verità, e non riesce ad accettarla.
Se da un lato Blake è un mostro, dall’altro è anche l’unico – forse insieme a Rorschach – ad aver visto davvero come funziona il mondo. Tuttavia, mentre Rorschach si rifugia nel moralismo assoluto e manicheo, il Comico abbraccia l’assurdo, diventando parte attiva del male.
Questa consapevolezza lo rende, paradossalmente, più sincero di tutti. Non crede nei miti, non ha fede nell’umanità, non costruisce illusioni: si limita a recitare il suo ruolo nel grande spettacolo del potere. In questo senso, egli è anche una critica al ruolo dell’artista o dell’intellettuale connivente: sa che le cose fanno schifo, ma invece di opporsi, preferisce riderci sopra.
La filosofia del “Grande Scherzo” è il nucleo tematico più profondo dell’opera. Non è soltanto una battuta ricorrente del Comico, ma una riflessione esistenziale su ciò che resta quando ogni certezza crolla. Quando non c’è Dio, né giustizia, né vero libero arbitrio, cosa resta se non ridere?
Il Comico vive secondo questa logica nichilista. Rappresenta quella parte dell’umanità che, di fronte all’assurdo e all’orrore, non cerca di cambiare le cose, ma le accetta, se ne fa beffe, e continua a partecipare, ironicamente e cinicamente, al proprio destino.
Tuttavia, il fumetto stesso si interroga sulla validità di questa visione. Se tutto è uno scherzo, allora non vale la pena salvare nessuno? Non vale la pena lottare per qualcosa, anche se destinato a fallire? In questo, le altre figure dell’opera (come Dan e Laurie, o anche Rorschach e Manhattan) offrono risposte contrastanti, ma necessarie.
Il Comico muore all’inizio della storia, ma aleggia su tutto il racconto. È la sua morte che innesca l’indagine, è la sua visione del mondo che ritorna nei pensieri degli altri personaggi, è la sua ironia malata a contaminare l’intero tono della narrazione. Persino l’estetica del fumetto – con il continuo contrasto tra immagini pop e tematiche cupe – è costruita sullo stile comico del paradosso, del ribaltamento, della beffa.
Alla fine, Watchmen non lo assolve, ma nemmeno lo condanna in maniera semplicistica. Il Comico è la voce di chi ride mentre il mondo brucia. È la maschera sorridente sul volto del potere, dell’apatia, della violenza normalizzata. È un personaggio che, nel suo orrore, ci costringe a riflettere su chi siamo veramente quando crollano le illusioni.
In una delle sequenze più iconiche, Laurie e Dan riflettono su ciò che Blake rappresentava. Forse l’America stessa – o meglio, il peggio dell’America: arrogante, violenta, convinta di essere il salvatore del mondo, e invece incapace di guardarsi allo specchio senza ridere.
In questo senso, il Comico non è solo un personaggio. È uno specchio. Una risata feroce rivolta al lettore. Una domanda implicita: Se il mondo è davvero uno scherzo… perché continuiamo a prenderlo sul serio? E ancora più inquietante: E se il vero comico… fossimo noi?
Il Comico, allora, non è l’anomalia, ma il sintomo. L’esito coerente di una società che ha smarrito la bussola morale, che ha sostituito la giustizia con lo spettacolo, e che ha scelto di ridere, invece di cambiare. In questo senso, la sua figura continua a tormentarci – con quel sorriso giallo, sporcato di sangue – e a ricordarci che forse, davvero, niente finisce mai.






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