Nel vasto firmamento delle imprese umane, tra le gesta di Ercole, le guerre di Alessandro, le odissee spaziali e le meditazioni di Siddharta, s’innalza un monumento che pochi osano riconoscere come tale, ma che chiunque, dotato di stomaco e spirito, non può fare a meno di temere, ammirare, venerare. Quel monumento ha un nome scolpito a fuoco nei panini giganti, nelle montagne di ali fiammeggianti, nei burroni di peperoncino assassino: Man vs Food.

Qui non si parla di cucina. Non si parla neanche di semplice intrattenimento. Qui si parla dell’eterna lotta dell’Uomo contro l’Abisso, del moderno Prometeo che ruba il fuoco delle spezie per ardere, volontariamente, tra le fiamme del piccante e del troppo salato. Qui si narra del paladino dell’insaziabilità, Adam Richman, colui che non temeva né la salsa fantasma né il chili dell’inferno, né tantomeno le porzioni mastodontiche nate dall’incrocio empio tra le abitudini alimentari del Medioevo e la megalomania yankee del XXI secolo.

Ogni episodio di Man vs Food si apre come un poema cavalleresco. Il nostro eroe — mai cavaliere, sempre guaritore della fame — entra in una città americana non come un turista, ma come un titano affamato. Mentre la gente comune cerca di sopravvivere al traffico, alla crisi e alla vita da ufficio, Adam si inoltra nei meandri più oscuri della gastronomia locale: ristoranti nascosti, cucine infernali, antichi templi della frittura profonda.

Là dove altri ordinerebbero un cheeseburger, egli sceglie la Sfida Suprema: il burrito da 2,5 kg, l’hamburger di tre piani, la ciotola di ramen che potrebbe sfamare un intero villaggio giapponese — per tre giorni. Ma la dimensione non è l’unico demone contro cui combattere. Oh no! Come nella miglior mitologia, c’è sempre una triade malefica: Quantità, Velocità e Piccantezza.

Come un novello Giasone, Adam affronta ogni prova con il sorriso, ma dietro quel sorriso si cela la consapevolezza dell’agonia imminente. Tra un boccone e l’altro, lo spettatore percepisce l’epica tensione della carne che si ribella, del palato in fiamme, dello stomaco che, inizia a lamentarsi come Cassandra, gridando profezie di sventura ignorate dal suo padrone.

Ma che cos’è la sfida, se non metafora dell’esistenza stessa? Ogni trancio di pizza di 1,5 metri è il nostro fallimento professionale da ingoiare. Ogni piatto di ali ultra-piccanti è l’ansia sociale che ci brucia dentro. Ogni milkshake da due litri è il nostro bagaglio emotivo da trangugiare col sorriso.

Quando Adam solleva la forchetta per il colpo finale — stremato, sudato, lacrimante come Leonida alle Termopili — noi lo guardiamo e non vediamo più un uomo. Vediamo noi stessi, nella mensa della vita, aggrappati al cucchiaio dell’ultima speranza. E quando la sirena suona, e il cronometro si ferma, e l’impresa è compiuta… oh, che liberazione!

Non è solo Adam ad aver vinto. È l’Umanità intera. È il nostro bisogno innato di superare i limiti, di conquistare l’inconquistabile, di mangiare — metaforicamente e letteralmente — tutto ciò che il Destino ci serve nel suo vassoio cosmico.

Ma non sempre la vittoria arriva. Talvolta, anche i più grandi cadono. E allora lo vediamo, il nostro eroe, accasciarsi, guardare l’ultima costoletta con l’occhio velato dalla sconfitta. Ma persino in quei momenti, l’impresa non è vana. Anzi! È lì che Man vs Food raggiunge l’apice del suo pathos, la sua catarsi gastronomica.

Perché anche quando il cibo vince, Adam non perde. Ci ha mostrato il valore del sacrificio, il coraggio di provare, la nobiltà dell’intento. L’Uomo, in quel momento, non è più un predatore. È un martire. E la salsa BBQ è il suo sangue.

E così, Man vs Food non è solo un programma. È un rito. È la Commedia Umana, riveduta e corretta in chiave colesterolo. È il Diario di un Gladiatore Gastronomico, la Divina Commedia delle Tavole Calde. È, in definitiva, l’epopea di un uomo solo contro l’Universo Digestivo.

Adam Richman (e dopo di lui Casey Webb) non sono semplici conduttori. Sono asceti della forchetta, mendicanti del gusto, messia del morso estremo. Sono Ulisse legato al tavolo anziché all’albero della nave, tentato non dalle Sirene ma dal cheddar colante. Sono Sampei con meno pesca e più pancetta.

Guardando Man vs Food, impariamo che non esistono ostacoli insormontabili. Solo digestivi insufficienti. Scopriamo che la vera misura di un uomo non è nei suoi successi, ma nella quantità di salsa che riesce a reggere senza piangere. E che, alla fine, anche se il cibo vince, noi abbiamo vinto comunque. Perché abbiamo tentato.

E dunque, la prossima volta che la vita ti servirà un piatto troppo grande da affrontare, ricordati: sei un Guerriero. Un Titano. Un Eroe. E il cibo? È solo un’altra sfida.

Buon appetito, e che la forchetta sia con te.

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