I canederli, noti in tedesco come Knödel, nascono dalle mani esperte e ingegnose delle genti dell’arco alpino, un territorio che abbraccia il Trentino, l’Alto Adige e il Tirolo, ma che si spinge, con le sue varianti, fino alle cucine di Germania, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia. La loro origine è profondamente radicata nella vita contadina: erano un piatto “di recupero”, fatto con pane raffermo, uova, latte, speck e farina, capace di trasformare avanzi in un pasto caldo e nutriente. In un ambiente montano, dove il freddo e il lavoro nei campi richiedevano energia, i canederli diventavano un alleato prezioso.
Una delle tracce più antiche di questo piatto si trova in un affresco del XII secolo, nella cappella di Castel Hocheppan, ad Appiano, che ritrae una donna intenta a gustare un canederlo. È un’immagine semplice, ma capace di proiettarci in un’epoca lontana, quando il concetto di “cucina tipica” non esisteva ancora e ogni ricetta era semplicemente il frutto della necessità e della creatività domestica.
Non mancano leggende che avvolgono i canederli in un’aura di racconto popolare. Una delle più note narra di una contadina che, trovandosi di fronte a un gruppo di lanzichenecchi affamati e minacciosi, decise di cucinare per loro utilizzando quel poco che aveva in casa. Preparò così grandi palline di pane, speck e uova, servendole in un brodo profumato. I soldati, sazi e soddisfatti, le risparmiarono la casa e le lasciarono perfino qualche moneta d’oro. Che sia leggenda o verità, questa storia racchiude bene lo spirito del piatto: unire semplicità, accoglienza e ingegno.
Con il tempo, i canederli si sono inseriti in precise tradizioni stagionali e religiose. In alcune valli alpine, venivano cucinati in giorni specifici della settimana: il martedì, il giovedì e la domenica, con lo speck — prezioso e raro — riservato alle giornate di festa. L’autunno, periodo del raccolto e della vendemmia, li vedeva protagonisti del Törggelen, un rito conviviale altoatesino che celebrava il vino nuovo. In quelle occasioni, le Stube si riempivano di calore e di profumi: tra castagne arrostite, formaggi, salumi e vino, i canederli comparivano come ospiti d’onore, fumanti e generosi, pronti a nutrire il corpo e accompagnare le chiacchiere fino a tarda sera.
Oggi, le stesse vallate celebrano i canederli con feste popolari che attirano visitatori da ogni dove. La Festa del Canederlo di Imer, in Valle di Primiero, trasforma le strade del paese in un grande banchetto a cielo aperto, con infinite varianti che spaziano dalle ricette classiche alle versioni dolci, passando per creazioni più creative. L’atmosfera è allegra, con musica, balli e perfino imprese memorabili, come la preparazione di un canederlo gigante da settantasette chili, entrato nelle cronache locali. A Vipiteno, la sagra dedicata a questa pietanza riunisce ristoratori e artigiani del gusto: decine di tipologie diverse — servite in brodo, asciutte o dolci — accompagnano la festa, che trasforma il centro storico in un salotto conviviale all’aperto.
Eppure, al di là della varietà di sapori e dell’aspetto festoso, i canederli continuano a raccontare la loro storia più autentica: quella di un piatto nato dalla necessità e diventato simbolo di comunità. Sono il filo invisibile che lega il passato al presente, un ricordo di tempi in cui con poco si riusciva a fare molto, e un invito, ancora oggi, a sedersi insieme a tavola per condividere, con semplicità, il calore di un pasto. In ogni boccone, tra il pane che si ammorbidisce nel brodo e il sapore deciso dello speck, si ritrova la memoria di generazioni che hanno fatto della cucina un gesto d’amore e di resistenza.






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