Jaws (Lo squalo, in italiano), diretto da Steven Spielberg e tratto dal romanzo omonimo di Peter Benchley, non è solo un thriller marino: è un punto di svolta nella storia del cinema. Uscito nell’estate del 1975, è considerato il primo vero blockbuster moderno, un film che ha ridefinito il concetto di successo commerciale e ha influenzato profondamente il modo in cui i film vengono prodotti, distribuiti e pubblicizzati ancora oggi.
Quando diresse Jaws, Steven Spielberg aveva solo 27 anni ed era ancora relativamente sconosciuto al grande pubblico. Aveva diretto per la televisione il thriller Duel (1971), un film che già mostrava la sua maestria nel creare tensione e nel dare al “predatore invisibile” una forza narrativa e simbolica potentissima.
Con Jaws, Spielberg dimostrò non solo di saper gestire un set caotico e difficile (le riprese in mare aperto si rivelarono un incubo logistico), ma anche di possedere una visione registica straordinaria: capace di bilanciare horror, suspense e dramma umano. Spielberg era già un regista in grado di parlare al cuore e allo stomaco degli spettatori, giocando con le loro paure più istintive.
Negli anni ’70 l’America era un paese in crisi e in trasformazione. Il Vietnam, lo scandalo Watergate, la sfiducia nelle istituzioni, e un senso crescente di disillusione permeavano la cultura americana. Il cinema rifletteva tutto ciò con opere cupe, disilluse e sperimentali.
Jaws emerse in questo clima come qualcosa di diverso: un film accessibile, teso ma spettacolare, che riusciva a parlare a un pubblico vastissimo pur senza rinunciare a una certa profondità. Fu un successo travolgente, diventando il film con il maggior incasso della storia fino a Star Wars (1977).
Uno degli aspetti più innovativi di Jaws fu paradossalmente il risultato di un problema tecnico. Lo squalo meccanico, soprannominato “Bruce”, funzionava male e raramente appariva sullo schermo. Spielberg fu costretto a mostrare il meno possibile il mostro… e fu una fortuna.
Questo approccio “hitchcockiano” aumentò la tensione: lo spettatore sentiva la minaccia, la temeva, ma raramente la vedeva. Il mare, apparentemente calmo e innocuo, diventava uno spazio sconfinato e terrificante. Il celebre tema musicale di John Williams, due sole note in crescendo, divenne il simbolo perfetto della minaccia incombente e invisibile.
Il montaggio serrato, spesso soggettivo (la macchina da presa “è” lo squalo), trasmette costantemente inquietudine. Spielberg usa lo zoom dolly (nel momento iconico in cui il capo della polizia Brody assiste all’attacco dalla spiaggia) per visualizzare la presa di coscienza del pericolo. È un uso virtuoso della grammatica cinematografica.
La Universal distribuì il film in centinaia di sale contemporaneamente e lo sostenne con una massiccia campagna pubblicitaria in TV, una strategia allora inedita. Questo cambiò per sempre le strategie di marketing cinematografico: nacque il concetto di summer blockbuster, un evento di massa estivo.
Nel cuore di Jaws si nasconde molto più di un semplice racconto di paura: il film è attraversato da una serie di tematiche che, pur non essendo esplicitamente dichiarate, emergono con forza attraverso la narrazione e le dinamiche tra i personaggi. Una delle più evidenti è la paura dell’ignoto, incarnata dallo squalo stesso. La creatura marina diventa il simbolo di una natura incontrollabile, primitiva, che sfugge al dominio umano e che si annida sotto la superficie apparentemente tranquilla della realtà quotidiana. In questo senso, lo squalo rappresenta la rottura improvvisa dell’ordine sociale, qualcosa che non si può prevedere né contenere facilmente.
La gestione della crisi da parte delle autorità locali aggiunge un ulteriore strato di lettura. Il sindaco che insiste nel tenere aperte le spiagge, nonostante il pericolo imminente, incarna il conflitto tra interesse economico e sicurezza pubblica. È un ritratto amaro della politica, pronta a minimizzare i problemi per evitare danni d’immagine e perdite finanziarie. In questo contesto, Jaws diventa anche una critica sottile all’inerzia delle istituzioni di fronte a una minaccia concreta.
Altro aspetto centrale del film è il modo in cui esplora la mascolinità e il rapporto tra diversi modelli di uomo. I tre protagonisti che salpano per affrontare lo squalo – Brody, il capo della polizia timoroso ma determinato; Hooper, lo scienziato giovane e istruito; e Quint, il cacciatore ruvido e traumatizzato – rappresentano tre visioni del maschile in conflitto tra loro. Le tensioni, i confronti e le alleanze che si creano tra questi uomini diventano un viaggio simbolico, quasi un rito di passaggio, che culmina nella morte di uno di loro e nella trasformazione degli altri. La barca su cui navigano si fa teatro di uno scontro non solo contro una bestia marina, ma contro le proprie paure, i propri limiti e le proprie idee su cosa significhi essere uomo.
Infine, il film rifugge da una visione moralista della natura. Lo squalo non è un “cattivo” in senso tradizionale: non ha motivazioni o vendette da compiere, è semplicemente istinto puro, una forza che uccide perché è nella sua natura. In questo, Spielberg ci ricorda quanto l’essere umano sia fragile davanti a un mondo che non può controllare, un mondo in cui il pericolo non ha un volto umano, ma si manifesta come parte integrante e indifferente dell’universo stesso.
Un celebre episodio racconta dell’incontro tra Spielberg e un critico che gli disse:
«Il tuo film è una metafora della paura del castrante femminile e della società fallica che cerca di riconquistare il potere virile attraverso la caccia allo squalo, simbolo del rimosso sessuale.»
Spielberg ascoltò pazientemente e poi rispose con un sorriso:
«In realtà volevo solo spaventare la gente quando entrava in acqua.»
Questa risposta non solo mostra l’umiltà e l’umorismo di Spielberg, ma sottolinea anche una verità fondamentale: Jaws è un’opera che funziona sia sul piano viscerale che su quello interpretativo. Anche se l’intento dell’autore non era quello di costruire un trattato freudiano, il film si presta a letture profonde proprio grazie alla sua potenza evocativa.
Oggi, a cinquant’anni quasi dalla sua uscita, Jaws rimane un film potentissimo. Nonostante le innumerevoli imitazioni e l’evoluzione degli effetti speciali, pochi film riescono ancora a evocare la stessa, primordiale, paura del mare aperto. Non è solo la storia di uno squalo. È la storia di come il cinema può trasformare una semplice premessa in un evento culturale, in un archetipo.
Con Jaws, Spielberg non ha solo terrorizzato il mondo: lo ha cambiato.






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