Quando si parla di Hirohiko Araki, si parla di uno dei nomi più iconici e innovativi dell’intero panorama manga. Autore della longeva e multiforme saga Le bizzarre avventure di JoJo, Araki ha saputo costruire un universo narrativo tanto eccentrico quanto profondamente umano, dove la sperimentazione grafica si sposa con una sensibilità autoriale rara. E proprio da uno dei personaggi più amati della quarta parte, Diamond is Unbreakable, nasce questo piccolo capolavoro a sé stante: Rohan al Louvre (Rohan au Louvre), un volume che travalica i confini del fumetto tradizionale per offrirci una raffinata esperienza artistica e narrativa.
Pubblicato per la prima volta nel 2010 come parte del progetto Le Louvre invite la bande dessinée, Rohan au Louvre nasce come opera commissionata dallo stesso museo parigino a diversi autori di fumetto internazionali. Inizialmente presentata come un breve racconto illustrato per la mostra, la storia è stata poi rieditata da Shueisha in un sontuoso volume singolo, stampato a colori, che fa risplendere ogni pagina come una tela d’autore. Non è esagerato dire che si tratta di uno dei manga più eleganti e visivamente ambiziosi mai realizzati, un vero oggetto da collezione.
Nel 2023 il volume ha vissuto una nuova primavera, grazie alla riedizione globale seguita all’adattamento anime della serie Rohan Kishibe wa Ugokanai, che ha spinto nuovi lettori a riscoprire questo gioiello. In Italia, il volume è edito da Star Comics, con una cura editoriale che rende pienamente giustizia all’opera.
Il protagonista è Rohan Kishibe, il mangaka medium dotato dello Stand Heaven’s Door, capace di leggere e scrivere nei ricordi e nelle anime delle persone. Quando, ancora giovane, incontra una donna misteriosa che gli parla di “un nero più nero del nero”, Rohan viene in contatto con una leggenda inquietante legata a un’opera maledetta custodita nel cuore del Louvre. Anni dopo, ormai affermato, decide di viaggiare a Parigi per scoprire la verità su quel quadro nascosto nei sotterranei del museo più famoso del mondo.
Ciò che segue è una discesa nell’oscurità — letteralmente e simbolicamente — in cui Rohan si troverà faccia a faccia con i fantasmi della memoria, l’ossessione per la bellezza assoluta e il peso del passato. La storia mescola horror, psicologia e filosofia dell’arte in un crescendo di tensione e inquietudine che lascia il lettore ipnotizzato.
La prima cosa che colpisce è l’uso del colore. Araki, che già da anni aveva introdotto tecniche pittoriche e giochi cromatici nel suo stile, qui si lancia in un’esplorazione completa della tavolozza: le pagine sembrano dipinte, con ombreggiature raffinate, contrasti accesi e un equilibrio compositivo che richiama tanto il barocco quanto il pop. Il Louvre non è solo una location, ma un personaggio: maestoso, minaccioso, eterno. L’opera dialoga con i dipinti veri — e con l’idea stessa di arte — in un modo che nessun altro manga aveva mai tentato prima.
Ogni vignetta è un quadro, ogni sguardo un enigma. Rohan stesso è più elegante e maturo che mai, vestito con abiti di alta moda (Araki collaborava già con Gucci in quegli anni), ma ancora legato da un bisogno viscerale di verità e bellezza. Il suo volto, spesso impassibile, si incrina solo davanti all’inspiegabile — e in questo, il manga ci restituisce un personaggio profondamente umano, persino fragile.
“Rohan al Louvre” è, a tutti gli effetti, una riflessione sull’arte come ossessione. Il nero assoluto che insegue il protagonista rappresenta l’idea di un’arte che consuma, che condanna, che non può essere dimenticata. E mentre Rohan scende nei sotterranei del museo, sembra quasi discendere dentro sé stesso, in una ricerca che è tanto personale quanto universale: perché l’arte vera non è mai innocua, e la bellezza può avere un prezzo terribile.
In questo senso, l’opera si inserisce perfettamente nell’eredità della narrativa gotica e decadente, ma con il tocco tutto arakiano fatto di simmetrie, ironia sottile e spirali di follia contenute in cornici di perfezione.
“Rohan al Louvre” non è solo un manga. È un’esplorazione visiva, emotiva e concettuale della relazione tra artista, opera e spettatore. È una dimostrazione vivente di quanto Hirohiko Araki sia non solo un autore di fumetti, ma un artista completo, capace di giocare con i linguaggi e le forme come pochi altri nel panorama mondiale. È un viaggio breve, sì — ma lascia un segno indelebile.
Chi ama l’arte, l’estetica del mistero, le storie che mescolano realtà e incubo, deve leggere questo volume. E per chi conosce già JoJo, è un tuffo raffinato nell’universo di uno dei suoi personaggi più magnetici. Per tutti gli altri, è l’occasione perfetta per scoprire che i manga possono davvero essere arte.






Lascia un commento