Nel grande teatro dell’intrattenimento digitale, quando i bit erano ancora a 16 e le cartucce fischiavano come proiettili nel vento del progresso, si consumò una guerra leggendaria. Non una guerra fatta di sangue e acciaio, bensì di mascotte colorate, slogan aggressivi, e una furiosa corsa alla supremazia videoludica. Una guerra che divise famiglie, incendiò salotti e scolpì nella memoria collettiva la più epica delle rivalità del mondo a 2D: Nintendo contro Sega, Mario contro Sonic.
Questa non fu una schermaglia. Fu la guerra. L’ultima crociata del tubo catodico. Il conflitto che decise chi sarebbe stato il sovrano delle camerette negli anni ’90, il Signore dei Joystick, il Supremo Imperatore delle Console.
Da una parte, Super Mario, l’eroe baffuto d’italica ispirazione, paladino della giustizia e del platforming, incarnazione dell’ideale Nintendo: familiare, rotondo, rassicurante. Vestito di rosso, saltava sui Goomba con la grazia di un paracadutista, scendeva nelle tubature come un incursore urbano e salvava principesse con la determinazione di un cavaliere d’altri tempi.
Dall’altra parte, Sonic the Hedgehog, il riccio blu con le scarpe da ginnastica più aerodinamiche dell’universo, mascotte ribelle di una Sega che ruggiva come un leone imprigionato nei circuiti della sua stessa ambizione. Sonic non saltava: sfrecciava. Non salvava principesse: distruggeva robot. Non era un idraulico: era cool.
L’uno era disciplina. L’altro era anarchia. L’uno rappresentava il potere consolidato del Regno dei Funghi; l’altro era la folgore elettrica della ribellione digitale.
Il campo di battaglia fu definito nel 1991, quando Sega lanciò la sua risposta armata al predominio Nintendo: Sonic the Hedgehog per il Sega Mega Drive (o Genesis, in terra di yankee). Fino ad allora, Nintendo aveva dominato il globo con il NES e Super Mario Bros. che aveva fatto impallidire ogni altro pretendente al trono.
Ma ora, Sega si faceva ardita. Alzava il vessillo della “Blast Processing”, una tecnologia dal nome roboante (e dalla dubbia esistenza effettiva) e marciava con orgoglio militante su una sola parola d’ordine: “Genesis does what Nintendon’t.”
Il marketing si fece offensivo, la propaganda imperversò. Le pubblicità Sega erano veri e propri proclami bellici, mentre Mario veniva bersagliato con ironie e attacchi mirati. Sonic correva, Mario arrancava. Sonic sfidava la gravità, Mario inciampava nei suoi stessi tubi. Le riviste, i giornali, persino i negozi di giocattoli divennero trincee. Bambini con il Mega Drive disprezzavano i loro coetanei con il Super Nintendo. Fratelli e sorelle si dichiaravano guerra fredda nel nome dei loro idoli pixelati.
La seconda fase del conflitto fu segnata dallo scontro titanico tra il Super Nintendo Entertainment System (SNES) e il Sega Mega Drive. Il campo di battaglia non era più solo il salotto: era la mente. Nintendo puntava sull’affinamento: Super Mario World, The Legend of Zelda: A Link to the Past, e una grafica Mode 7 che faceva girare la testa (letteralmente).
Sega rispose con l’arroganza dell’attacco: Sonic 2, Streets of Rage, Altered Beast, e una lineup di giochi che urlava “punk” in faccia al classicismo nintendiano. Dove Nintendo costruiva mondi, Sega li bruciava con fiamme al neon.
La guerra si fece ideologica. Nintendo era l’Impero. Sega, la Resistenza. I fan si lanciavano accuse come granate: “Mario è lento!” “Sonic è superficiale!” “Nintendo è per bambini!” “Sega è solo fumo negli occhi!”
Se i giochi erano le armi, la vera battaglia fu nel marketing. Nintendo manteneva un’aura zen: spot eleganti, giochi curati, una superiorità sussurrata. Sega, invece, era fuoco e zolfo: urlava, correva, colpiva.
Le pubblicità americane di Sega erano mitragliate verbali, bombardamenti visivi. Il motto “Welcome to the Next Level” divenne il grido di guerra dei ragazzini sfrontati, mentre Mario, con il suo cappello e la sua voce da tenore, si trovava sempre più accerchiato sul fronte occidentale.
In Giappone, il conflitto fu più contenuto, una guerra di spie e diplomazie. Ma in Occidente, specialmente negli USA, fu il D-Day del marketing videoludico. Sega addestrò una generazione a sfidare l’autorità dell’idraulico e a gridare: “I want speed! I want Sonic!”
Come ogni grande guerra, anche questa ebbe il suo declino.
Nintendo, forte della sua solidità granitica, continuò a evolversi. Con l’arrivo del Nintendo 64 e di Mario 64, ridisegnò le regole del gioco. Sega, invece, fu vittima della propria audacia. Il Sega Saturn, poi il Dreamcast: console visionarie, ma lanciate con tempismo suicida e supporto traballante.
Nel 2001, Sega dichiarò la resa. Ritiratasi dal fronte hardware, si convertì in sviluppatore terzo. Un tempo fuorilegge, ora alleata. Sonic e Mario, una volta acerrimi rivali, si trovarono fianco a fianco nei giochi olimpici di Pechino 2008. Un’unione insospettabile, come se Napoleone e Wellington avessero deciso di giocare a bocce insieme.
Oggi, le console modernissime ronzano silenziose. I bambini giocano su tablet, e la guerra dei 16-bit è un’eco lontana, una leggenda raccontata da chi l’ha vissuta con le dita incollate al pad e il cuore acceso di passione.
Ma chi c’era non dimentica. Chi c’era ricorda il rombo dei processori, il bagliore degli sprite, l’odore di plastica calda e i dibattiti furiosi nei cortili della scuola. Ricorda il giorno in cui Mario affrontò Sonic in campo neutro e il joystick tremò.
E in quell’epica contesa, più teatrale che reale, fatta di pixel e pubblicità, si scrisse una delle pagine più gloriose della storia videoludica.
Perché non fu solo una guerra.
Fu La Guerra dei Pixel.






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