Quando Ant-Man uscì nelle sale nel luglio del 2015, si trovava in una posizione complicata. Non solo seguiva l’imponente e cupa epopea di Avengers: Age of Ultron, ma portava anche con sé le cicatrici di una produzione travagliata: Edgar Wright, regista visionario dietro l’acclamata Trilogia del Cornetto, aveva abbandonato il progetto a pochi mesi dall’inizio delle riprese per divergenze creative con i Marvel Studios. Il timone fu quindi affidato a Peyton Reed, noto soprattutto per commedie come Yes Man o Bring It On, facendo temere ai fan che il film potesse risultare una versione annacquata del progetto originale.
Eppure Ant-Man si rivelò una sorpresa. Non tanto per l’ambizione o la scala narrativa (è, anzi, uno dei film più “piccoli” del Marvel Cinematic Universe, nel senso letterale e metaforico), ma per il cuore che riuscì a infondere in una storia di seconde possibilità, eredità morale e famiglia. Vediamone in dettaglio i principali aspetti, tra tematiche, stile, impatto sul pubblico e importanza nel MCU.
Al centro di Ant-Man c’è Scott Lang (interpretato da un affascinante e umanissimo Paul Rudd), un ladro “dal cuore d’oro” appena uscito di prigione e deciso a rifarsi una vita per potersi riavvicinare alla figlia Cassie. Questa dinamica familiare si specchia in quella tra Hank Pym (Michael Douglas), lo scienziato originale dietro la tecnologia Ant-Man, e sua figlia Hope van Dyne (Evangeline Lilly), con cui ha un rapporto teso e segnato da segreti e silenzi.
Il film gioca costantemente con l’idea di eredità: Hank ha scelto Scott come successore, proprio perché “non è un eroe perfetto, ma è disposto a sacrificarsi per ciò che ama”. La dimensione dell’eroismo qui non è cosmica, né ideologica – non è una guerra contro alieni o una battaglia per la salvezza del pianeta. È l’eroismo della responsabilità, della redenzione e della paternità. Scott Lang non combatte per l’umanità, ma per la sua bambina.
La scena più significativa in questo senso è probabilmente quella in cui Cassie, senza giudizio, chiama lui il suo eroe, anche quando il mondo lo considera un fallito. Il film lancia quindi un messaggio chiaro: la grandezza non deriva solo dai poteri, ma dalla capacità di cambiare, assumersi le proprie colpe e diventare migliori per le persone che amiamo.
Una delle caratteristiche più distintive di Ant-Man è il suo tono scanzonato. In un momento in cui il MCU tendeva verso la complessità crescente e il pathos (con Winter Soldier e Age of Ultron che viravano verso lo spy thriller e la tragedia esistenziale), Ant-Man riportava il franchise alla commedia d’azione.
L’umorismo è intelligente, spesso metatestuale e fortemente influenzato dalla mano (anche se non accreditata alla regia) di Edgar Wright: si pensi al montaggio sincopato dei racconti di Luis (Michael Peña), con il doppiaggio fuorviante e i continui flashback comici. Sono momenti ormai diventati cult. Eppure, per alcuni spettatori, questo approccio ha contribuito a far apparire il film come “minore” o accessorio, un’idea rafforzata anche dal marketing che lo presentava come una “pausa” tra le grandi battaglie.
Ma questa leggerezza è, in realtà, ciò che permette a Ant-Man di emergere con una voce propria. Come Guardians of the Galaxy prima di lui, si prende gioco delle convenzioni supereroistiche pur rispettandole. Non vuole salvare il mondo: vuole salvare una bambina e una famiglia.
Pur non avendo le scene d’azione più spettacolari del MCU, Ant-Man riesce a essere incredibilmente originale grazie al suo concetto centrale: la manipolazione delle dimensioni. Peyton Reed sfrutta il potere di rimpicciolimento non solo come gimmick narrativo, ma come strumento visivo per creare sequenze che sfidano la percezione: lo scontro sul trenino giocattolo, la fuga attraverso lo scarico della vasca, l’incursione all’interno del server centrale sono esempi di come un’idea semplice possa diventare visivamente brillante.
Anche la “dimensione quantica” (che verrà approfondita nei sequel) viene introdotta con un tocco quasi psichedelico, mostrando che persino in un film di proporzioni contenute possono aprirsi porte verso l’ignoto cosmico.
Tra le righe, Ant-Man porta avanti una riflessione sulla scienza come strumento ambivalente. Hank Pym è un personaggio segnato dalla paranoia: teme che la sua scoperta venga usata come arma (come accade effettivamente con Darren Cross/Yellowjacket, l’antagonista). La sua scelta di tenere nascosta la Pym Particle per decenni è l’esatto opposto della filosofia di Tony Stark, che condivide apertamente le sue tecnologie. In questo contrasto vediamo uno dei semi della futura divisione tra Avengers in Civil War.
Scott rappresenta una terza via: non è un genio, ma è un uomo comune che impara a usare la tecnologia con intelligenza emotiva. Questo permette al film di offrire una riflessione interessante sul controllo dell’innovazione e sul rischio che le grandi scoperte finiscano in mani sbagliate – un tema sempre più attuale.
Al momento dell’uscita, Ant-Man fu accolto in modo generalmente positivo sia dalla critica che dal pubblico. Con un punteggio del 83% su Rotten Tomatoes e un incasso globale di circa 519 milioni di dollari, superò le aspettative commerciali per un film su un personaggio poco conosciuto.
Il successo fu dovuto a più fattori. l carisma di Paul Rudd, capace di portare un’umanità autentica al ruolo. Il tono accessibile, apprezzato anche da chi non era fan del MCU. L’originalità visiva, che lo rese memorabile nonostante i limiti di scala.
Tuttavia, Ant-Man non ebbe un impatto culturale paragonabile a quello di Guardians of the Galaxy o Black Panther. La sua natura “minore” all’interno del franchise lo rese un episodio piacevole ma non fondamentale per la maggior parte degli spettatori.
Eppure, col senno di poi, la figura di Scott Lang si è rivelata centrale in momenti chiave del MCU: basti pensare al suo ruolo cruciale in Avengers: Endgame, dove proprio la dimensione quantica diventa la chiave per salvare l’universo. La sua umanità, la sua goffaggine e il suo cuore si sono guadagnati un posto speciale nel cuore dei fan.
Ant-Man non è un film perfetto. Il suo villain è dimenticabile, la trama segue schemi abbastanza prevedibili e si sente, in certi momenti, la mano di più visioni registiche sovrapposte. Ma è anche uno dei film più sinceri e “umani” del Marvel Cinematic Universe. Non cerca di stupire con epica o effetti speciali esagerati, ma con l’ironia, l’affetto e la semplicità.
È un film che, nel ridurre tutto a una scala più piccola, riesce a parlare di cose molto grandi: il perdono, l’amore familiare, la possibilità di un nuovo inizio. In un universo pieno di dei, super-soldati e armature high-tech, Ant-Man ci ricorda che anche un uomo qualunque, se spinto dall’amore, può diventare un eroe.






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