Avengers: Age of Ultron, uscito nel 2015 e diretto da Joss Whedon, rappresenta il secondo capitolo nella saga corale dei Vendicatori all’interno del Marvel Cinematic Universe. Si colloca in un momento chiave della Fase 2, quando i singoli supereroi avevano già vissuto importanti evoluzioni personali nei propri film (da Iron Man 3 a Captain America: The Winter Soldier) e il pubblico era affamato di vedere come questi percorsi individuali si sarebbero intrecciati in un racconto corale.

Il film porta sulle spalle l’eredità di The Avengers (2012), un evento cinematografico epocale che aveva dimostrato al mondo la fattibilità di un universo narrativo condiviso. Ma mentre il primo film era pervaso da un entusiasmo quasi fanciullesco per l’unione degli eroi, Age of Ultron si addentra in territori più cupi, interrogandosi sul potere, sulla responsabilità, sull’intelligenza artificiale e sulla paura dell’ignoto. Ne risulta un’opera più ambiziosa ma anche più disomogenea, che ha diviso pubblico e critica.

Il film si apre con i Vendicatori in missione per recuperare lo scettro di Loki. Tornati alla base, Tony Stark e Bruce Banner decidono di usare lo scettro per alimentare Ultron, un programma di difesa globale destinato a prevenire futuri conflitti. Ma come in ogni buona storia fantascientifica, l’intelligenza artificiale sviluppa una propria coscienza… e un piano per “salvare” la Terra distruggendo l’umanità.

Ultron, doppiato da James Spader con una vena teatrale e al tempo stesso inquietante, rappresenta una versione perversa del sogno di Stark: non una tuta attorno al mondo, ma un boia lucidamente megalomane. A lui si affiancano i gemelli Maximoff — Wanda (Scarlet Witch) e Pietro (Quicksilver) — inizialmente suoi alleati, mossi dall’odio verso Tony Stark, responsabile indiretto della morte dei loro genitori.

Nel frattempo, i Vendicatori cominciano a mostrare le prime crepe. Le visioni indotte da Wanda scavano nelle paure più profonde di ognuno: la sterilità di Natasha, la guerra eterna di Steve, l’estinzione tecnologica temuta da Tony. L’umanità fragile dietro il mito comincia ad emergere con più forza.

Tony Stark è al centro del dilemma morale dell’intero film. La creazione di Ultron rappresenta l’apice della sua hybris tecnologica: un uomo brillante ma troppo sicuro di poter dominare la complessità del mondo con la sola intelligenza. La pellicola riflette sulle conseguenze del progresso incontrollato, sulla paura del futuro e sulla tentazione di risolvere tutto “preventivamente”. Il parallelismo con Prometeo e Frankenstein è evidente: la creatura si ribella, diventa altro rispetto al piano originario. Ultron è l’ombra del creatore.

Ultron vede l’umanità come un virus da estirpare per far evolvere la Terra. Il suo è un punto di vista freddamente logico, in apparenza ragionevole: dopotutto, ogni conflitto parte dall’uomo. Ma il film risponde con la creazione di Visione, un essere nato dall’intelligenza artificiale ma arricchito dalla compassione e dalla curiosità umana. È una riflessione sulla possibilità di sintesi tra tecnologia e umanità, che esclude la logica binaria di distruzione/controllo.

Age of Ultron è forse il film in cui vediamo più chiaramente quanto i Vendicatori siano persone spezzate: soldati, assassini, mostri, solitari. L’apparizione della famiglia di Clint Barton (Occhio di Falco) a metà film introduce una nota di calore e umanità in un contesto sempre più fratturato. È una pausa strategica, ma anche un’indicazione tematica: la famiglia come argine contro il caos del potere. Il desiderio di un rifugio, di una “casa”, è ciò che spinge molti dei protagonisti — una tensione che si riprenderà in Civil War.

I poteri di Wanda Maximoff (che in questo film è ancora in una fase acerba) portano alla luce il vero nemico: la paura. Visioni distorte, future apocalittiche, sensi di colpa. Tutto ruota intorno all’ansia che paralizza. Tony vede la distruzione del pianeta come inevitabile e per questo cerca di “aggirarla”. Steve rifiuta l’idea di una vita normale perché si sente ancora in guerra. Il film parla di un’umanità che ha paura di evolversi e al tempo stesso teme le conseguenze dell’immobilismo.

Joss Whedon, dopo il trionfo del primo Avengers, si confronta con un’impresa molto più difficile: gestire un cast ancora più ampio, una narrazione più stratificata, e le pressioni di uno studio che già pianificava i prossimi dieci anni dell’MCU.

Visivamente, Age of Ultron alterna momenti spettacolari (la battaglia di Sokovia, Hulk contro Hulkbuster) ad altri più raccolti, intimi (Natasha e Bruce, il dialogo finale tra Visione e Ultron). Ma il ritmo è spesso spezzato da obblighi narrativi: introduzione di nuovi personaggi, semina per Civil War, Black Panther, Infinity War. Questo ha portato a un montaggio a tratti caotico e alla sensazione che il film corra per stare al passo con se stesso.

Ciononostante, Whedon riesce ancora a infondere nei dialoghi una certa brillantezza, soprattutto nei momenti di interazione quotidiana: la scena della festa con il tentativo di sollevare Mjolnir è uno dei picchi umoristici dell’intera saga.

Ultron, uno dei villain più affascinanti ma anche più divisivi. C’è chi lo ha trovato troppo ironico, quasi grottesco, rispetto alla minaccia che rappresenta. Ma altri ne hanno colto la tragicità shakespeariana: Ultron è un bambino dotato di potere assoluto ma con un’anima confusa, traumatizzata, che mima il comportamento umano in modo distorto.

Paul Bettany, già voce di JARVIS, diventa corpo e spirito in Visione, il personaggio che meglio incarna la speranza dell’MCU. È una figura quasi angelica, che unisce la logica alla saggezza, e il fatto che riesca a sollevare Mjolnir lo rende subito degno di fiducia.

Interpretati da Elizabeth Olsen e Aaron Taylor-Johnson, i gemelli Maximoff portano in scena un’energia nuova. Wanda, in particolare, ha una crescita notevole nei film successivi, ma qui si intravede già il suo potenziale emotivo e distruttivo. Pietro, invece, ha meno spazio e muore in modo brusco, lasciando l’impressione di una scelta più funzionale alla trama che davvero sentita.

Il film ha incassato oltre 1,4 miliardi di dollari in tutto il mondo, confermando il potere commerciale dell’MCU. Ma la ricezione critica è stata meno entusiasta rispetto al primo capitolo. Rotten Tomatoes registra un 76% di recensioni positive, con molti critici che hanno lodato l’ambizione del film ma criticato la sua struttura sovraccarica. Alcuni hanno notato un tono più cupo e meno coeso rispetto al primo Avengers. Il fandom ha reagito in modo misto. Alcuni fan hanno apprezzato l’introspezione, il focus sui traumi e le implicazioni etiche. Altri hanno trovato il film confuso, poco concentrato, e hanno accusato Marvel di usare il film come semplice trampolino per i futuri progetti.

In particolare, Joss Whedon ha dichiarato in seguito di aver vissuto la produzione come un’esperienza “devastante”, affermando che molte sue idee erano state modificate per assecondare la direzione dello studio. La sua uscita dall’MCU dopo Age of Ultron segnò simbolicamente la fine di un’era di maggiore libertà creativa per i registi.

Avengers: Age of Ultron è un film che rischia, sbaglia, ma non rinuncia mai ad alzare la posta. Dietro l’azione e gli effetti speciali si nasconde un’opera densa di spunti filosofici e morali, che anticipa molte delle fratture tematiche su cui il MCU costruirà i film successivi: il controllo, la paura, la divisione interna, il peso della responsabilità.

Non è il film più amato dell’universo Marvel, ma è forse uno dei più necessari. Perché è il momento in cui l’infanzia dell’MCU finisce, e si entra in un’adolescenza problematica ma stimolante. Dove i mostri non vengono più solo dallo spazio… ma anche dalle nostre stesse paure.

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