Immagina di essere un liceale appassionato di Dragon Ball. Poi immagina di cadere dalle scale e svegliarti nel corpo di Yamcha. Sì, proprio quel Yamcha. Il primo a morire. Il meme vivente. Ma con una conoscenza completa della saga di Toriyama… cosa faresti?
Questa è la premessa, al tempo stesso folle e geniale, alla base di “Dragon Ball: Vita da Yamcha”, una mini-opera tributo nata dalla mente del mangaka Dragon Garow Lee, appassionato artista doujin diventato in poco tempo una sorta di erede spirituale del tratto di Toriyama stesso. Pubblicato originariamente sulla rivista Shonen Jump+ nel 2016, questo breve manga si è ritagliato in fretta un posto speciale nel cuore dei fan grazie a una miscela irresistibile di umorismo, nostalgia, metanarrazione e sincerissimo affetto per l’opera originale.
Alla base di tutto c’è un’idea da “isekai” anomalo: un ragazzo comune del nostro mondo – un otaku appassionato di Dragon Ball – muore e si reincarna proprio nel corpo di Yamcha, all’inizio della saga originale. Ma a differenza dei soliti protagonisti di storie simili, il nostro eroe ha un vantaggio schiacciante: conosce ogni dettaglio della storia di Dragon Ball, sa chi morirà, quando, come e perché… e soprattutto sa che, se non fa qualcosa, finirà faccia a terra dopo un attacco dei Saibaiman.
Da qui parte una parabola di riscatto, tanto per il nuovo Yamcha quanto per la memoria del personaggio originale: il protagonista comincia ad allenarsi come mai aveva fatto, anticipa eventi, stringe alleanze, cambia le dinamiche del gruppo, e riesce persino ad attirare su di sé l’attenzione e il rispetto di Vegeta!
Il tutto è trattato con un tono che riesce a dosare comicità e passione, tra il parodico e l’epico, ma mai con cattiveria. L’obiettivo non è ridicolizzare Yamcha, ma dargli – finalmente – l’occasione che non ha mai avuto nella serie originale. Il risultato è una celebrazione gioiosa dell’universo di Dragon Ball, vista dalla prospettiva di un fan che entra a farne parte.
Una delle prime cose che colpisce leggendo Vita da Yamcha è quanto lo stile di Dragon Garow Lee sia fedele al tratto di Toriyama, specialmente quello degli anni ’80 e ’90. La resa dei personaggi, delle pose dinamiche, delle espressioni facciali e delle ambientazioni è così accurata da rendere il manga quasi indistinguibile da un capitolo ufficiale della saga.
Ma Garow Lee non si limita a imitare il maestro: lo omaggia, lo cita, e allo stesso tempo inserisce un tocco personale di leggerezza metatestuale. Le interazioni tra i personaggi sono riempite di piccoli dettagli che solo i veri fan possono cogliere, e la narrazione è punteggiata da momenti in cui la consapevolezza del protagonista sulle “regole” dell’universo narrativo crea situazioni imprevedibili e irresistibili.
Nel grande pantheon di Dragon Ball, Yamcha è sempre stato una figura tragicamente comica. Partito come temibile bandito del deserto e primo rivale/amico di Goku, è stato rapidamente superato in potenza da ogni nuovo personaggio introdotto, fino a diventare – suo malgrado – uno degli emblemi dei personaggi “scartati” dall’evoluzione del genere shonen.
Ma è proprio questo che rende Vita da Yamcha così soddisfacente: vedere un personaggio “perdente” riscattarsi, non perché ha ricevuto un power-up magico, ma perché ha imparato dal passato, ha fatto uno sforzo consapevole, ha usato l’intelligenza, la strategia e la perseveranza. In questo, il manga diventa quasi una fantasia di riscatto universale per tutti i fan che si sono sentiti “fuori posto” o sottovalutati: se anche Yamcha può brillare, allora c’è speranza per chiunque.
Oltre al puro divertimento, Dragon Ball: Vita da Yamcha rappresenta anche qualcosa di più profondo: una riflessione sul rapporto tra fan e opera. Il protagonista è, prima di tutto, un fanboy: conosce ogni saga, ogni power level, ogni battuta. La sua “reincarnazione” diventa quindi il sogno definitivo dell’appassionato, ma anche una metafora di quanto potere – e responsabilità – si cela dietro il conoscere profondamente una storia.
In soli tre capitoli, il manga riesce a condensare una parabola che parte dalla comicità da “isekai parodico” per arrivare a toccare – senza mai prendersi troppo sul serio – alcuni temi fondamentali: la determinazione, la riscrittura del proprio destino, e soprattutto l’amore per le storie che ci hanno cresciuto.
Dragon Ball: Vita da Yamcha è, a conti fatti, un piccolo miracolo narrativo. Prende uno dei personaggi più bistrattati di sempre, lo mette al centro della scena, e gli regala un’avventura breve ma piena di cuore. Fa ridere, emoziona, e soprattutto ci ricorda quanto sia bello ritornare, anche solo per un attimo, in quell’universo che ha definito un’intera generazione.
È un manga che puoi leggere in un’ora, ma che rimane impresso per molto di più. Non è solo una parodia: è un atto d’amore, un fanservice intelligente, e una celebrazione perfetta di ciò che rende Dragon Ball immortale.






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