Ci sono storie che sembrano nate per caso e che invece, proprio per quella scintilla di follia iniziale, finiscono per cambiare il volto dell’immaginario collettivo. La leggenda delle Teenage Mutant Ninja Turtles, conosciute in Italia come Tartarughe Ninja, è una di queste. Un’avventura cominciata quasi per scherzo tra le mura di un piccolo appartamento, che ha finito per diventare una delle saghe più amate e riconoscibili della cultura pop mondiale. Quella delle Tartarughe Ninja è una storia fatta di amicizia, creatività, intuizione e un pizzico di fortuna, nata in un’epoca in cui il mondo dei fumetti stava cominciando a ribollire di energie sotterranee, lontane dai riflettori delle grandi case editrici.
Tutto ebbe inizio nel novembre del 1983, in una cittadina del New Hampshire chiamata Dover. Qui vivevano Kevin Eastman e Peter Laird, due giovani fumettisti squattrinati ma pieni di sogni. Non avevano grandi mezzi, né un progetto editoriale concreto. Condividevano la passione per i fumetti e passavano intere giornate a disegnare e immaginare storie, ispirati dagli autori e dai personaggi che ammiravano fin da ragazzini. Tra i loro miti c’erano i grandi supereroi Marvel, Jack Kirby, Frank Miller, il Daredevil oscuro e violento degli anni Ottanta, e il fumetto indipendente “Cerebus the Aardvark” di Dave Sim, uno dei primi esempi di autoproduzione di successo nel panorama americano.
Fu proprio in una di quelle serate passate tra disegni, birre e risate che nacque l’idea delle Tartarughe Ninja. Per puro divertimento, Eastman disegnò una tartaruga antropomorfa, in piedi su due zampe, armata di nunchaku e con una maschera nera sugli occhi. Sopra scrisse, quasi fosse un titolo ironico, “Ninja Turtle”. Peter Laird rise e, per gioco, ne disegnò un’altra. In pochi minuti, da quella singola vignetta nacque una piccola ossessione. I due cominciarono a fantasticare: perché non renderle adolescenti, mutanti, ninja? Il nome “Teenage Mutant Ninja Turtles” suonava così assurdo e ridicolo che faceva ridere ogni volta che lo pronunciavano. Doveva essere una parodia degli stereotipi che dominavano i fumetti dell’epoca, soprattutto quelli con supereroi oscuri o guerrieri senza macchia. Eppure, dietro quella battuta, si nascondeva il seme di un intero universo narrativo.
In breve tempo, Eastman e Laird cominciarono a costruire il mondo delle Tartarughe. L’influenza di Daredevil si fece subito sentire: il maestro cieco che addestra le Tartarughe si sarebbe chiamato Splinter, un chiaro richiamo a Stick, mentore di Matt Murdock. L’organizzazione criminale contro cui avrebbero combattuto sarebbe stata il Clan del Piede, una presa in giro del Clan della Mano, nemici ricorrenti di Daredevil. Ma in quell’universo c’erano anche richiami alla fantascienza pulp, alle arti marziali dei film orientali e a un gusto per il grottesco che tradiva l’anima underground del progetto.
Per finanziare la stampa del primo numero, i due chiesero un prestito alla zia di Eastman e investirono praticamente tutti i loro risparmi. Non avevano una casa editrice vera e propria, così ne crearono una fittizia, chiamandola Mirage Studios: “Mirage” perché, in effetti, quello studio non esisteva, se non nella loro fantasia e nel piccolo appartamento in cui lavoravano. Il primo numero vide la luce nel maggio del 1984. Era un fumetto in bianco e nero, dal formato simile alle riviste indipendenti dell’epoca, e raccontava le origini delle quattro tartarughe mutate a causa di una sostanza radioattiva chiamata mutageno. Addestrate dal saggio ratto Splinter nell’antica arte del ninjutsu, le tartarughe avevano un obiettivo: vendicare il loro maestro, ucciso dall’arcinemico Shredder, leader spietato del Clan del Piede.
Il tono del fumetto era cupo, violento, con combattimenti sanguinosi e atmosfere urbane malsane. Le Tartarughe Ninja che oggi conosciamo, colorate, divertenti e amanti della pizza, erano allora guerrieri spietati immersi in un racconto che sembrava uscito da un fumetto noir. La cosa incredibile fu che, nonostante si trattasse di un’autoproduzione stampata in sole tremila copie, quell’albo andò immediatamente esaurito. Il pubblico dei fumetti indipendenti, in quegli anni particolarmente sensibile a progetti innovativi e audaci, accolse l’idea con entusiasmo. Eastman e Laird stamparono altre copie, che andarono nuovamente vendute nel giro di poco. Senza saperlo, avevano appena creato un fenomeno.
Negli anni immediatamente successivi, i due continuarono a pubblicare nuovi numeri delle Tartarughe. Il fumetto cresceva, si ampliava, e la mitologia dietro ai personaggi si faceva sempre più complessa. Nuovi personaggi si unirono alla storia, tra cui Casey Jones, un vigilante mascherato armato di mazza da hockey, e April O’Neil, alleata fidata e prima testimone umana delle avventure dei protagonisti. Le vendite salivano, i fan aumentavano, e le Tartarughe cominciarono a farsi conoscere anche oltre il ristretto circuito del fumetto underground.
Il vero punto di svolta, però, arrivò nel 1987, quando il successo delle Tartarughe attirò l’attenzione dei produttori televisivi e, soprattutto, dell’industria dei giocattoli. Una piccola azienda chiamata Playmates Toys, alla ricerca di un franchise da trasformare in linea di action figure, propose a Eastman e Laird di creare una serie animata che potesse lanciare il marchio presso un pubblico più vasto. Fu così che le Teenage Mutant Ninja Turtles si prepararono a fare il salto definitivo, uscendo dal mondo dei fumetti per entrare nell’immaginario popolare globale.
Il cartone animato del 1987 fu un successo immediato. Rispetto al fumetto originale, la serie animata era molto più leggera, piena di gag comiche e situazioni assurde pensate per un pubblico infantile. Le quattro tartarughe ottennero maschere di colore diverso per distinguerle meglio: Leonardo con il blu, Raffaello con il rosso, Donatello con il viola e Michelangelo con l’arancione. Ogni personaggio venne caratterizzato da una personalità ben definita: Leonardo era il leader responsabile, Raffaello il ribelle scontroso, Donatello l’inventore geniale e Michelangelo lo scapestrato amante delle battute e della pizza. A questi si aggiunsero elementi diventati presto iconici, come il furgone tartaruga, il terrificante Technodromo, i nemici grotteschi Bebop e Rocksteady, e l’assurdo alieno Krang.
Il successo travolse ogni aspettativa. Milioni di bambini in tutto il mondo si innamorarono delle Tartarughe Ninja, e i giocattoli cominciarono a vendere in quantità enormi. Le Tartarughe non erano più solo un fenomeno di nicchia per appassionati di fumetti alternativi: erano diventate un marchio planetario, riconoscibile ovunque. Il grido “Cowabunga!” e l’ossessione per la pizza divennero simboli generazionali, e i pomeriggi dei ragazzini degli anni Ottanta e Novanta si riempirono di tartarughe guerriere e combattimenti immaginari.
Nel 1990 arrivò anche il primo film live-action, prodotto da New Line Cinema. Fu un successo straordinario, capace di mescolare il tono più cupo del fumetto originale con l’umorismo del cartone animato. I costumi delle Tartarughe, realizzati dalla Jim Henson’s Creature Shop, stupirono il pubblico per il loro realismo. Il film, costato circa 13 milioni di dollari, incassò quasi 200 milioni in tutto il mondo. Due sequel seguirono negli anni successivi: “The Secret of the Ooze” nel 1991, con un tono più leggero e commerciale, e “Teenage Mutant Ninja Turtles III” nel 1993, ambientato addirittura nel Giappone feudale.
Negli anni successivi, il franchise conobbe alti e bassi, ma non scomparve mai del tutto. Nuove serie animate si susseguirono, come quella del 2003, più fedele allo spirito originale, e quella in CGI del 2012, prodotta da Nickelodeon, che riuscì a conquistare anche una nuova generazione di fan. Persino il cinema tornò a occuparsi delle Tartarughe con due film prodotti da Michael Bay nel 2014 e nel 2016, capaci di attirare nuove platee. E ancora, nel 2023, un ulteriore rilancio con “Teenage Mutant Ninja Turtles: Mutant Mayhem”, film d’animazione prodotto da Seth Rogen, accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico.
Ma qual è il segreto di questa incredibile longevità? Le Tartarughe Ninja incarnano una miscela perfetta tra azione, comicità e spirito di ribellione. Sono outsider, mutanti, esseri nati per restare nell’ombra, eppure si battono per il bene e per la giustizia. Il loro legame di fratellanza rappresenta un valore universale. Ogni generazione trova in loro qualcosa in cui rispecchiarsi, che si tratti di ribellione adolescenziale, desiderio di appartenenza o semplice amore per le storie di avventura.
A distanza di oltre quarant’anni da quel primo disegno fatto per gioco, le Teenage Mutant Ninja Turtles continuano a rappresentare un piccolo miracolo della cultura pop. Una storia che dimostra come anche le idee più assurde, se coltivate con passione, possano trasformarsi in miti destinati a durare per sempre.
E, ovviamente, tutto accompagnato da una pizza extra formaggio.
Cowabunga!






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