Stephen King è uno degli autori contemporanei più prolifici e influenti della letteratura horror. Nato nel 1947 a Portland, nel Maine, ha pubblicato oltre sessanta romanzi e più di duecento racconti, molti dei quali sono diventati bestseller internazionali. La sua forza narrativa risiede nell’abilità di inserire l’orrore in contesti quotidiani, spesso usando l’infanzia come lente attraverso cui osservare il male. It, pubblicato nel 1986, è uno dei suoi romanzi più ambiziosi e simbolici, un monumentale racconto di formazione, trauma e terrore che si estende su oltre mille pagine.

Il romanzo è ambientato nella fittizia cittadina di Derry, nel Maine, un luogo familiare ai lettori di King. In apparenza tranquilla e pittoresca, Derry è un nodo oscuro, un epicentro di malvagità cosmica dove, ogni 27 anni circa, accadono eventi terribili: sparizioni, omicidi, violenze. La storia si sviluppa su due linee temporali parallele: quella del 1958 e quella del 1985. I protagonisti sono sette bambini, che si fanno chiamare il Club dei Perdenti, un gruppo eterogeneo di emarginati uniti da un legame profondo, e che da adulti devono tornare a Derry per affrontare il male che avevano sconfitto da bambini… o almeno, così credevano.

It non è un mostro qualsiasi. È un’entità transdimensionale che incarna la paura stessa. La sua forma più nota è quella di Pennywise il Clown Danzante, un pagliaccio demoniaco che attira i bambini per poi divorarli. Ma Pennywise è solo una maschera: It è in grado di mutare forma, assumendo le paure più profonde delle sue vittime. Per alcuni è un lupo mannaro, per altri un uccello gigante, un lebbroso, una mummia. In realtà, It è qualcosa di alieno, una creatura che proviene dal Macroverso e che si nutre del terrore, in particolare quello infantile, più puro e viscerale.

Il cuore del romanzo non è solo l’orrore, ma l’amicizia. I sette membri del Club dei Perdenti — Bill Denbrough (il leader con la balbuzie), Ben Hanscom (il ragazzo sovrappeso e sensibile), Beverly Marsh (l’unica ragazza, con un passato di abusi), Eddie Kaspbrak (ipocondriaco e oppresso da una madre iperprotettiva), Richie Tozier (logorroico e sarcastico), Mike Hanlon (l’unico nero, futuro bibliotecario e storico di Derry) e Stanley Uris (razionale e ossessionato dall’ordine) — sono tutti segnati, ognuno a modo suo, dall’emarginazione. Il loro legame, forgiato nel sangue e nella paura, diventa una forza mistica capace di resistere a It.

Il romanzo non è privo di momenti disturbanti. Alcune delle scene più controverse includono la scena dell’omicidio di Georgie, il fratellino di Bill, è una delle più iconiche e agghiaccianti. Georgie insegue una barchetta di carta nella pioggia, finché non incontra Pennywise in uno scarico. Il clown gli strappa via il braccio, lasciandolo morire dissanguato. È l’inizio simbolico della discesa nell’inferno dell’infanzia.

La violenza domestica e il bullismo: Beverly viene picchiata dal padre, che manifesta anche inquietanti pulsioni incestuose. I bulli della scuola, capeggiati da Henry Bowers, commettono veri e propri crimini, tra cui torture fisiche e aggressioni sessuali. La violenza adolescenziale viene mostrata senza filtri, rivelando quanto gli umani possano essere più mostruosi di qualsiasi entità soprannaturale.

Uno dei passaggi più controversi del libro è la scena sessuale tra Beverly e gli altri sei ragazzi, che avviene nelle fogne subito dopo la sconfitta di It nella forma infantile. Beverly ha rapporti con ciascuno dei ragazzi, in un rituale confuso che simboleggia il passaggio all’età adulta e la volontà di cementare il loro legame. La scena è stata aspramente criticata nel corso degli anni, tanto da essere omessa in tutte le trasposizioni cinematografiche, ma King ha sempre difeso la sua funzione simbolica, non erotica, come rito di passaggio e riconnessione emotiva.

Il razzismo e l’omofobia: Il libro affronta anche tematiche legate al razzismo (soprattutto attraverso il personaggio di Mike Hanlon) e all’omofobia. La violenza contro gli emarginati è un tema ricorrente, mostrandoci come il male non si annidi solo nel sovrannaturale ma soprattutto nel cuore degli uomini.

Nel cuore del romanzo IT, al di sotto del terrore psicologico, della violenza umana e del trauma infantile, pulsa un cuore cosmico: un universo mitologico creato da Stephen King che trascende i confini del classico horror. Non tutti i lettori ne colgono la portata, ma IT non è solo una storia di un mostro che si nutre dei bambini. È una riflessione sull’ordine e il caos primigeni, sul ruolo dell’infanzia nell’universo e sul confine tra ciò che l’uomo può concepire e ciò che resta inconoscibile.

Per comprendere It bisogna prima affacciarsi al Macroverso (a volte chiamato Todash Space o Macrocosmo), un concetto che King esplora in più opere, specialmente nella saga de La Torre Nera. Il Macroverso è una dimensione superiore che ospita forze primordiali, entità cosmiche al di là della comprensione umana. It e la Tartaruga provengono da questo reame, esseri che si manifestano nel nostro mondo solo in forme semplificate, “visibili” alla mente umana.

Nella mitologia cosmica di King, le entità si dividono in due categorie: forze della distruzione e forze della creazione. It è una forza distruttrice, mentre Maturin, la Tartaruga, rappresenta la stabilità, la saggezza e la creazione.

La Tartaruga appare una sola volta nel romanzo, quando Bill, durante il rituale del Chüd, si collega telepaticamente a essa. In quell’esperienza extracorporea, Maturin si rivela come un’entità antica e potente, distante ma non ostile. Dice di aver “vomitato l’universo per caso, dopo una cattiva indigestione”, una frase che riecheggia toni mitologici e ironici. La Tartaruga rappresenta il Creatore che non controlla la sua creazione, ma che offre agli esseri coscienti la possibilità di scegliere tra bene e male.

Maturin non interviene direttamente nella lotta tra i Perdenti e It, ma dona a Bill (e attraverso lui a tutto il gruppo) la consapevolezza e la forza per affrontare l’entità. La Tartaruga è simbolo di saggezza passiva: osserva, non agisce, ma incoraggia la crescita interiore. È l’archetipo del mentore spirituale, simile alla divinità silenziosa delle religioni orientali, che si manifesta solo in momenti di estrema necessità.

Se Pennywise è solo un vestito, una maschera per attrarre i bambini, la vera forma di It è infinitamente più complessa. Durante il confronto finale, i Perdenti percepiscono la sua vera essenza: un’emanazione di pura malevolenza, una creatura proveniente da un vuoto buio chiamato l’Occhio Morto, il luogo “dove vive It realmente”. L’Occhio Morto è un reame al di là della fisica, simile a un inferno dimensionale dove la realtà non ha senso e il dolore è eterno.

Quando i Perdenti vedono It, percepiscono i Lampi Arancioni, i suoi “occhi interiori”, una manifestazione di una coscienza aliena e ultraterrena. Nella sua forma più comprensibile, appare come un’enorme ragna femmina gravida di uova, simbolo di proliferazione incontrollata del male.

Ma anche questo è un limite della mente umana: come suggerisce King, quella è solo una proiezione mentale, e la vera forma di It è troppo grande, troppo orrenda, troppo aliena per essere contenuta in qualsiasi schema conosciuto. It è un divoratore cosmico, affine al Caos Lovecraftiano.

Il rituale del Chüd è il momento in cui la narrazione sfocia pienamente nel metafisico. Tratto da un’antica leggenda tibetana fittizia (inventata da King), il rituale consiste in una sfida mentale: l’essere umano e l’entità si mordono la lingua (metaforicamente), raccontandosi barzellette e sostenendo chi riesca a dominare la volontà dell’altro.

Nel libro, Bill affronta It proprio in questo modo. Attraverso la connessione spirituale con Maturin, si scontra con l’entità nel Macroverso e riesce a prevalere grazie alla potenza del legame emotivo e alla sua capacità di credere ancora nella magia dell’infanzia. È un momento cruciale in cui la realtà si frantuma e la volontà prevale sul fisico.

Un tema chiave di It è il ciclo eterno: It torna ogni 27 anni, si nutre, semina morte e poi si ritira nel suo letargo. La memoria dei cittadini si cancella, la città dimentica, il male si sedimenta, in attesa del risveglio. Anche i Perdenti, una volta usciti da Derry, dimenticano tutto. Solo chi resta, come Mike Hanlon, conserva la memoria. Questo ciclo richiama l’idea del karma collettivo: finché il male non viene affrontato consapevolmente, esso ritorna.

La stessa Derry è una città maledetta, costruita sopra la tana del male, forse una creazione stessa di It. La città è viva, senziente, complice. Nasconde crimini, protegge mostri, inghiotte i ricordi. Come nei miti antichi, il male è parte dell’ordine cosmico e non può essere eliminato del tutto, solo tenuto a bada.

La lotta tra i Perdenti e It rappresenta quindi una frattura nel ciclo, un’eccezione, un tentativo dell’umanità di spezzare il loop del trauma, dell’oblio e dell’indifferenza.

Con It, Stephen King ci regala un racconto che è insieme un horror psicologico, una cronaca dell’infanzia violata, e un’epopea cosmica. L’inserimento della Tartaruga e del Macroverso eleva il romanzo a un livello quasi mitico, dove il bene e il male non sono solo concetti morali, ma forze dell’universo stesso. Il ciclo cosmico che regola l’apparizione di It è un ammonimento: finché non affronteremo le nostre paure — personali e collettive — esse torneranno. Sempre.

La Tartaruga e It, due poli opposti di un cosmo indifferente, ci ricordano che ogni scelta, ogni atto di coraggio, ogni ricordo salvato dall’oblio è un atto di resistenza contro l’oscurità.

It non è solo un romanzo dell’orrore. È una meditazione sulla memoria, sul trauma, sull’amicizia e sulla paura. Stephen King ci ricorda che il vero male non è il clown che vive nelle fogne, ma il dolore che ci portiamo dentro, le ferite dell’infanzia mai guarite, i mostri che la società ignora. La lotta del Club dei Perdenti è la lotta di ognuno di noi: contro ciò che ci spaventa, contro ciò che ci limita, e soprattutto contro l’oblio. Perché ricordare, per King, è il primo passo per sconfiggere l’orrore.

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