In un’epoca in cui il franchise di Star Wars cerca costantemente nuove vie per reinventarsi e parlare a generazioni diverse, LEGO Star Wars: Rebuild the Galaxy emerge come un’opera non solo spiazzante e divertente, ma anche profondamente consapevole del proprio ruolo all’interno del mito. Dietro la maschera dell’ironia e del gioco, questa miniserie è un atto di meta-narrazione ambizioso, una dichiarazione d’amore per la saga originale e, contemporaneamente, un invito a rompere le regole per poterle comprendere meglio.

La serie prende avvio in modo quasi minimalista: il giovane Sig Greebling, un semplice pastore di nerf, vive una vita appartata sul pianeta Fennesa, in compagnia del fratello maggiore Dev. La loro quotidianità ruota attorno a piccoli lavori e sogni più grandi, con Sig che mostra una sensibilità latente verso la Forza. Eppure, come nella migliore tradizione mitica, l’eroe è destinato a essere strappato dalla sua comfort zone: l’esplorazione di un antico tempio Jedi e il ritrovamento della cosiddetta Pietra Angolare – una reliquia LEGO dotata di potere sconfinato – scatena il caos.

Ma non è il solito “caos galattico” fatto di guerre stellari e inseguimenti iperbolici. Rimuovendo la Pietra Angolare, Sig provoca letteralmente una riscrittura della realtà. L’intera galassia si ricostruisce su sé stessa, come se un bambino avesse smontato e rimontato tutti i set LEGO della saga secondo la propria fantasia. Pianeti, alleanze, nomi, ruoli e persino la direzione morale dei personaggi vengono completamente mescolati.

Da qui prende forma un’avventura che non è solo un viaggio spaziale, ma anche una riflessione metanarrativa sul valore della memoria, del cambiamento e della ricostruzione. Sig si ritrova immerso in un universo paradossale, dove nulla è più ciò che sembrava, e dove la ricostruzione della galassia potrebbe non significare un ritorno alla normalità, ma l’accettazione di una nuova, più matura, versione della realtà.

Una delle scelte più audaci della miniserie sta nella riscrittura dei personaggi. Non si tratta semplicemente di “versioni alternative” per fare il verso a prodotti come What If…? della Marvel, bensì di autentiche rielaborazioni simboliche.

Darth Jar Jar, forse il più emblematico di tutti, è un colpo di genio che nasce da anni di meme e teorie fan-made. Vedere Jar Jar Binks, un tempo simbolo di goffaggine comica, assumere la figura di un potente Sith è sia una riscrittura narrativa, sia una riflessione sull’evoluzione della percezione collettiva: chi era il buffone ora è il burattinaio oscuro. Non meno sorprendente è la figura di Darth Rey, che incarna una Rey completamente risucchiata dal lato oscuro. Non è solo un espediente per esplorare una linea temporale alternativa, ma anche una provocazione sul ruolo che la paura e la responsabilità possono avere su una giovane donna dotata di poteri eccezionali.

Luke Skywalker, invece, viene rappresentato come un pigro pilota di sgusci su Tatooine, una caricatura che funziona perfettamente come antitesi del “prescelto”. È un modo per chiedersi: cosa sarebbe accaduto se Luke non fosse mai stato coinvolto nella ribellione? Se avesse semplicemente scelto di vivere alla giornata? È l’antieroe definitivo, il simbolo del disimpegno in un universo che ruota attorno alla lotta tra bene e male.

Ma la vera rivelazione è Jedi Bob. Nato come personaggio senza identità in un set LEGO del 2002, Bob qui diventa mentore e figura totemica per Sig. È il perfetto esempio di come il fandom e la nostalgia possano prendere una nota a margine e trasformarla in cuore pulsante della storia. Anche il droide Servo, una versione parlante e riflessiva di un Gonk droid, aggiunge un livello di umorismo metanarrativo, commentando gli eventi con distacco filosofico e sarcasmo calibrato.

Pur indossando la maschera della commedia e del pastiche, la serie affronta temi profondi. Il primo è la natura della realtà stessa: cosa succede quando le fondamenta di un mondo vengono stravolte? L’idea che la galassia si possa “ricostruire” mette in discussione l’immutabilità del canone e della storia. Il messaggio non è quello di un ritorno all’ordine perduto, bensì di un invito ad abbracciare la ricostruzione come possibilità creativa.

Il secondo grande tema è quello della responsabilità. Sig, rimuovendo la Pietra Angolare, compie un atto impulsivo ma non malvagio – eppure ne paga le conseguenze su scala cosmica. La lezione è chiara: anche le azioni più innocenti possono avere effetti globali, e la maturità consiste nel prendersi carico delle proprie scelte senza cercare scorciatoie.

Infine, c’è il messaggio più LEGO di tutti: la costruzione come metafora esistenziale. Nell’universo dei mattoncini, tutto è ricombinabile. Ma ogni ricostruzione comporta un confronto con il passato, un atto di memoria e insieme di rinnovamento. “Ricostruire la galassia” significa, allora, ricostruire sé stessi.

A livello visivo e narrativo, Rebuild the Galaxy è una miniera d’oro per gli appassionati. Ogni episodio trabocca di citazioni, omaggi e inside joke. Dai cloni dell’Ammiraglio Ackbar – una visione grottesca ma esilarante – alla nave Dark Falcon, a un incrocio improbabile tra Ala X e caccia TIE, tutto è pensato per stupire e strappare un sorriso.

C’è un’intera scena in cui i personaggi discutono se un Ewok sia in realtà un Wookiee in miniatura, un’evidente strizzata d’occhio alla storia produttiva di Il ritorno dello Jedi. Anche la sequenza in cui si passa davanti a un tempio costruito con pezzi di set LEGO realmente commercializzati aggiunge un livello di realtà aumentata che rende la visione una vera caccia al tesoro.

Alla fine della visione, LEGO Star Wars: Rebuild the Galaxy lascia una sensazione stranamente familiare e insieme rivoluzionaria. È come tornare a casa… ma trovandola completamente riarredata. Fa ridere, certo, e a tratti emoziona, ma soprattutto fa pensare: alla natura delle storie, al potere dell’immaginazione, e alla libertà – tutta LEGO – di smontare ciò che conosciamo per scoprire cosa possiamo costruire di nuovo.

Più che una semplice parodia o omaggio, questa miniserie è una riflessione sul modo in cui viviamo e ricordiamo i miti moderni. È un ponte tra la tradizione e la creatività anarchica, tra l’autorialità e il gioco. In un panorama saturo di prodotti derivativi, Rebuild the Galaxy è una boccata d’aria fresca, un vero e proprio manifesto narrativo camuffato da commedia animata.

Chiunque ami Star Wars, i LEGO o semplicemente il potere delle storie ben raccontate, non dovrebbe perderselo. Perché a volte, per capire davvero un universo, bisogna prima romperlo in mille pezzi.

Che la Forza sia con chi sa costruire – e ricostruire – con cuore.

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