“BoJack Horseman” è una delle opere televisive più ambiziose e filosoficamente dense del panorama contemporaneo. Mascherata da commedia animata, la serie diventa presto un’autopsia dell’anima, un viaggio tortuoso e doloroso nei meandri della depressione, della vergogna, del rimorso e della costante tensione tra desiderio di redenzione e paura del cambiamento. È un’opera che ci pone di fronte alla domanda più antica e più urgente di tutte: cosa significa essere vivi?
Quando BoJack Horseman esordisce su Netflix nel 2014, molti la scambiano per una satira leggera su Hollywood e sulla cultura delle celebrità. Ma ben presto la serie mostra la sua vera natura: è un’opera densa, esistenzialista, spesso straziante, capace di scavare negli abissi dell’identità e della sofferenza umana con una sincerità brutale.
Creata da Raphael Bob-Waksberg e illustrata da Lisa Hanawalt, la serie racconta la storia di BoJack, un attore antropomorfo che negli anni ‘90 era una star della sitcom Horsin’ Around. Vent’anni dopo, vive isolato in una villa sulle colline di Los Angeles, in un limbo fatto di cinismo, alcool, droghe e relazioni distruttive. Attorno a lui ruotano personaggi altrettanto complessi, ognuno specchio di una condizione umana specifica.
BoJack è una figura tragica, un uomo-cavallo che desidera disperatamente amare ed essere amato, ma che non sa come farlo. Cresciuto in un ambiente privo di affetto — con una madre che lo riteneva un errore e un padre frustrato e abusivo — ha interiorizzato l’idea di essere intrinsecamente sbagliato. La sua voce interiore lo tortura costantemente: “sei un fallimento, un mostro, rovini tutto ciò che tocchi”.
In uno degli episodi più intensi della serie, “The View from Halfway Down”, BoJack immagina il suicidio come un salto nel vuoto e rivive tutte le sue colpe: Sarah Lynn, Penny, Herb Kazzaz. Ogni volto del passato ritorna per chiedere conto, e BoJack comprende finalmente che la morte non è una liberazione, ma la fine definitiva di ogni possibilità di riparazione.
È l’idea chiave della serie: nessuno può sfuggire a sé stesso. Anche se fuggi da tutto e tutti, ti porterai sempre dietro te stesso — e spesso, sei proprio tu il tuo peggior nemico.
BoJack Horseman mostra con estrema lucidità come la depressione non sia solo tristezza: è immobilità, distacco, senso di colpa cronico, autoboicottaggio. La serie è una delle poche opere a ritrarre questo stato mentale senza romanzarlo. BoJack tenta di “curarsi” attraverso il successo (Secretariat), l’amore (Wanda, Ana, Gina), le droghe, le fughe. Ma niente funziona, perché la radice del suo dolore non è esterna.
In una delle sue frasi più iconiche dice:
“Mi sento come se stessi urlando sotto l’acqua.”
La depressione diventa quindi una prigione dell’io: più BoJack cerca di uscirne attraverso mezzi esterni, più si sprofonda. La serie mostra come solo il confronto diretto con il dolore, e l’assunzione di responsabilità, possano aprire una possibilità di guarigione — che però non è mai garantita.
Una delle chiavi filosofiche della serie è il nichilismo esistenziale. In un universo che non offre un senso prestabilito, siamo soli a decidere cosa significhi vivere. Questo può essere terrificante, ma anche liberatorio.
In “Fish Out of Water”, episodio quasi completamente muto, BoJack cerca di comunicare con il figlio di Kelsey Jannings. Incapace di parlare, finisce per scrivere una nota: “I’m sorry.” L’episodio mostra che anche senza parole, anche nel silenzio e nell’alienazione, il desiderio di connessione resta.
La serie ci dice: il mondo non ti deve nulla. La felicità non è garantita. Il senso non esiste… a meno che tu non lo crei.
E personaggi come Todd o Diane, in modi diversi, incarnano questa lotta: Todd, con il suo spirito anarchico e ingenuo, abbraccia l’assurdo e cerca nuove strade; Diane, con il suo dolore e la sua ricerca intellettuale, si scontra con l’ipocrisia del mondo ma continua a cercare una verità autentica, anche scrivendo un libro sulla propria fragilità.
BoJack è maestro dell’autodistruzione. Ogni volta che sembra migliorare, rovina tutto: una costante ricaduta nel caos. Questo è tipico dei meccanismi psicologici legati al trauma e alla vergogna cronica: ci si convince di non meritare nulla, quindi si agisce per dimostrare quella convinzione.
Un episodio simbolo è “Stupid Piece of Shit”, dove per la prima volta ascoltiamo il flusso di coscienza di BoJack. Le sue parole interiori sono violente, crudeli, ripetitive. È una voce che lo condanna senza appello, che non gli lascia tregua. Questo monologo interiore rappresenta alla perfezione la realtà della depressione, e il peso invisibile che porta chi ne soffre.
La serie ci insegna che il cambiamento è possibile, ma richiede sforzo, costanza e, soprattutto, la volontà di non fuggire da sé stessi.
Nel finale della serie, BoJack non viene né condannato né assolto. Ha affrontato le conseguenze delle sue azioni, ha pagato un prezzo, ma non diventa un “nuovo uomo”. Il messaggio è chiaro: non esiste redenzione definitiva, solo una continua possibilità di agire diversamente, giorno per giorno.
In una delle scene più importanti, Diane gli dice:
“Non c’è una risposta. È solo vivere. Giorno dopo giorno.”
Questa è la filosofia della serie: non ci sono salvezze istantanee. Il cambiamento è lento, imperfetto, faticoso. Non puoi cancellare il male che hai fatto, ma puoi smettere di farne.
E così BoJack Horseman rifiuta la narrazione tradizionale della redenzione hollywoodiana. Nessun finale salvifico, nessun abbraccio risolutore. Solo la complessità dell’umano: fallibile, fragile, a volte ripugnante, ma sempre in cammino.
Oltre ai suoi contenuti profondi, BoJack Horseman sperimenta continuamente anche nella forma. Alcuni episodi rompono completamente le convenzioni televisive per rappresentare stati mentali e temi astratti: c’è l’episodio muto “Fish Out of Water”, dove l’alienazione è raccontata senza dialoghi; “Free Churro”, un monologo funebre di venti minuti che scava nella psiche del protagonista; oppure “The View from Halfway Down”, che affronta la morte attraverso una visione onirica.
L’animazione, lungi dall’essere solo estetica, diventa uno strumento per mostrare l’invisibile: i pensieri, i ricordi distorti, la confusione mentale. La forma segue sempre la fragilità dei personaggi, dando alla serie una potenza visiva e narrativa unica.
BoJack Horseman è un’opera che non giudica, ma comprende. Non assolve, ma abbraccia la complessità dell’umano. È una serie sull’essere vivi, sulla fatica del cambiamento, sulla difficoltà di amare e lasciarsi amare.
BoJack non è un eroe, né un cattivo. È un essere umano profondamente imperfetto. E proprio per questo, è uno specchio in cui possiamo riconoscerci. Nonostante tutto.
Come dice Todd, forse la frase più importante di tutta la serie:
“Tu non riesci a essere felice perché sei tu. E tu pensi che se avessi qualcun altro accanto, se avessi successo, se fossi amato… allora potresti essere felice. Ma non è così. Perché prima devi imparare ad accettare chi sei.”
E se questa non è filosofia, allora cos’è?






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